Neruda

E’ Neruda di Pablo Larrain il film più bello dell’anno? La vera domanda sul nuovo lavoro del prodigio cileno è alla fine questa. Siamo sinceri, questo 2016 non è che abbia proprio brillato come un astro accecante in termini di qualità dei film. Una buona stagione horror, no c’è che dire, ma se si guarda al cinema d’autore i risultati non sono proprio un’orgia di 10 e lode. The Neon Demon è destinato a dividere, in qualche modo come Fuocoammare e Frantz. Almadovar con Julieta ha fatto qualcosa di veramente splendido, ma rimanendo entro i confini rigidissimi della Almadovarata. Forse il film più solido dell’anno è The Witch, che qualcuno ha azzardato a definire “L’albero degli zoccoli dell’horror”, ma il rischio che finisca con l’essere risucchiato nel cinema di genere (e quindi “minore”) è alto. A livello personale, la cosa che ho amato di più è stata Elle di Verhoeven, troppo “immorale” però per mettere d’accordo tutti. Insomma, a meno di improbabili colpi di coda a fine stagione di Xavier Dolan (che a Cannes è stato stroncato da tutti o quasi), Bertrand Bonello (il suo Nocturama sui terroristi hipster parigini per me è cult a priori) e Ken Loach (esce ora con Palma d’oro in tasca), Neruda di Pablo Larrain è il candidato numero uno a prendersi la medaglia d’oro del “film perfetto”. Ecco, proprio quest’alone di perfezione pompato da cori di osanna paragonabili a quelli per Kim Jong Un in Corea del Nord mi aveva fatto entrare in sala con il sospetto che il film fosse un po’ una furbata, una strizzata d’occhio paracula ai giornalisti e ai cinefili della domenica. E poi non c’è cosa più fastidiosa al mondo che il consenso unanime. Invece, no, mi arrendo o quasi, Neruda è bello, forse bellissimo, e se non è il film dell’anno arriva tranquillissimo sul podio.

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Saint Pablo

Trama. Siamo nel Cile del 1948. Il presidente Videla ha vinto le elezioni con i voti della sinistra ma decide di schierarsi a destra, obbedendo agli ordini americani e mettendo fuorilegge il Partito comunista. Tra i senatori più in vista del blocco di sinistra c’è Neruda (Gnecco), poeta di fama mondiale e grande oratore. Lo scrittore decide, insieme alla moglie, di non abbassare la testa al presidente e scappa. Inizia così una lunga fuga attraverso il filiforme paese del Sud America. Sulle tracce di Neruda si mette infatti Oscar (Bernal), poliziotto determinato con baffetto da Pantera Rosa. Per ogni volta che Neruda riesce a sfuggire a Oscar, gli lascia un libro da leggere.  Riuscirà il poeta a scappare dal Cile e riparare a Parigi? E il poliziotto caparbio, che fine farà?

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Da dove iniziare? Iniziamo dai difetti, per una volta. L’unico difetto che ha Neruda è quello di partire con un po’ di timidezza. Spieghiamoci. Il film di Pablo Larrain è (come è stato ripetuto ad nauseam) un anti-biopic, ovvero un film dedicato ad un persona veramente esistita, ma che non segue le regole non scritte dei film biografici.  Invece di edificare il classico santino al poeta Neruda, persona squisita, indomito difensore degli ultimi, scrittore dal talento abbagliante, bravo marito, partigiano, compagno perseguitato dai bruti fascisti, beato, genio, divinità laica e via dicendo, il film fa qualcosa di più profondo e sfaccettato. Allo stesso tempo, il regista si tiene alla larga dalla classica struttura (regia invisibile, focus sul protagonista/personaggio storico, realismo di maniera, personaggi secondari ridotti a fondale umano) che caratterizza il 200% dei biopic vengono sfornati come scarpe da Hollywood.  Larrain s’inventa un film stilisticamente originalissimo, straniante e irregolare. Ecco, l’unico difetto di Neruda è quello di ingranare la marcia giusta e fare tutto quanto detto fino ad ora con uno zic di ritardo: i primi 20-30 minuti, in altre parole, non riescono a scrollarsi di dosso del tutto la struttura classica del biopic, tra mini-spiegoni e la voice over che crea confusione. Poi, una volta trovato l’equilibrio, Neruda rompe gli indugi e decolla, vola, diventa bello come un dipinto e una poesia, trasformandosi in qualcosa di sempre più complesso e affascinante ad ogni minuto che passa.

Proviamo a raccontare questa bellezza.  Neruda è costruito come un noir anni ’50, con investigatore simil-Clouzot simil-Melville che insegue un fuggitivo attraverso il turbinio della Storia. La vicenda diventa  così a tutti gli effetti una biografia inventata di Pablo Neruda, dove i cliché cinematografici (e quindi l’artificialità) vengono aumentati, arrivando quasi in zona Wes Anderson (gli schermi dietro la moto e le automobili in movimento).  La cornice noir permette a Larrain di liberarsi dalle regolette dei biopic, usando la caccia all’uomo come strumento per riflettere sulla storia del Cile e, per estensione, sulla contraddizione che sta alla base dell’intellettuale comunista occidentale: “quando ci sarà il comunismo” chiede a Neruda una proletaria, “saremo tutti come te o tutti come me?“. Lui, imbarazzato, è costretto a mentire sapendo di mentire. I comunisti, quantomeno gli scrittori comunisti, escono male dal film di Larrain. E chi se lo sarebbe aspettato da un regista che ha dedicato un’intera trilogia all’uscita del Cile dal giogo del Fascismo di Pinochet? Da sempre interessato alla forza della propaganda (No – i giorni dell’arcobaleno), il regista ribalta la narrazione vincente della Storia  – Neruda poeta ed eroe  -, facendo diventare l’ispettore il vero “eroe”, che in un progredire sempre più metaletterario e sperimentale comincia a parlare del proprio personaggio, rifiutandosi di uscire di scena. Ed è alle persone semplici come lui, sconfitti e cancellati dalla Storia (e dai biopic), che Neruda sembra dedicato, come i libri che lo scrittore gli lascia sul cammino. L’approdo metaletterario, l’atmosfera sempre più onirica e stralunata, le riflessioni sulla Storia del Sud America – con l’alito della dittatura sul collo delle persone – , l’ironia sorniona e saggia e l’amore dichiarato per la Poesia trasformano così il film di Larrain in qualcosa che assomiglia non poco ai romanzi di Roberto Bolaño, tra i maggiori scrittori mondiali recenti. Insomma, che dire, se non fosse per l’inizio un po’ frenato, saremmo davanti a un capolavoro. Poco male, è il miglior film dell’anno.

VOTO: 8.5


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