Halt and Catch Fire

Oggi parliamo della serie più sottovalutata degli ultimi 5 anni, Halt and Catch Fire. La terza stagione è appena finita e se come tante persone non avete ancora avuto modo di iniziare questo titolo, beh, è arrivato il momento di farlo perché ogni volta che sento elogiare roba come Westworld o Mr. Robot per la scrittura, la persona logica e razionale che è in me si sente come Giovanna d’Arco in quei giorni del mese, quelli in cui l’hanno buttata su una pira infuocata.

Partiamo dall’effetto nostalgia. L’esempio perfetto è la puntata 3×09. Joe e Cameron, dopo la loro relazione burrascosa finita male, si incontrano nuovamente all’interno di un’edizione del Comdex (una vecchia fiera tecnologica molto famosa in America negli anni ’80): i colori della fotografia, i discorsi e il tono riescono ad evocare da soli una sorta di malinconia per qualcosa che non ho nemmeno vissuto, se non di sfuggita quando a 14 anni bigiavo la scuola per andare alla  SMAU. Il paragone è di una pezzenteria ridicola, ma passatemelo: ero giovane, naive e i computer erano come la figa per me, troppo costosi e tutti da esplorare.

Ok, forse c’è qualcosa che non torna nella frase precedente, ma vabbé… Era l’inizio del 2000 ed entrare in quel posto, per un ragazzino, voleva dire toccare con mano il futuro che stava arrivando, provare schede grafiche potentissime, videogiochi che avrebbero rivoluzionato tutto (senza l’hype immotivato che ci appezzano oggi), entrare con una busta vuota per portarsi a casa il numero più consistente di gadget possibile (che poi sarebbero finiti puntualmente in cantina per essere ritrovati ancora incelofanati quasi 15 anni dopo). Il paragone non regge, ma concedetemelo: è per rendere l’idea di nostalgia.

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Ok, che cazzo ce ne frega?! Niente, tutto questo solo per dire che Halt and catch fire non è una serie che racconta di quanto sia stato brillante Steve Jobs o di come gli hacker surfavano dentro spirali verdi fatte di 0 e 1 in una CGI da far impallidire i template di Windows Plus!, ma si districa nei rapporti umani di quegli individui che hanno vissuto e subìto in prima persona quello strano periodo storico di pre-detonazione tecnologico informatica.

Io di HCF (rimando all’immagine sottostante per spiegare l’acronimo) mi sono innamorato subito, anche se la prima stagione non è stata da fuochi d’artificio: i personaggi erano ben caratterizzati ma forse inseriti in una storia troppo di nicchia, che poteva interessare gli entusiasti del mondo informatico e tecnologico ma che faceva poca presa su chi invece preferisce vedere dottori dare diagnosi strampalate o vedere agenti di polizia che interrogano modelle in una Miami photoshoppata frame per frame.

Infatti, per quanto la storia in dodici puntate prendesse una piega assolutamente interessante, ci fu un blando rischio cancellazione, poi smentito da AMC che rilanciò con la seconda stagione, quella della svolta. E’ da lì che HCF cominciò a farci capire che l’apparente ristrettezza del target scelto e la storia molto basilare erano un rischio calcolato: chi impugnava la penna della serie ci stava facendo capire di voler raccontare una storia e di non essere vincolato per forza di cose al plot twist di fine puntata. Era solo un punto di partenza lineare in una sceneggiatura che prevedeva un’apertura di fronte che sarebbe poi stata l’esatta metafora per descrivere il mondo attorno ai personaggi: un computer è uno schermo con un case, ma se ci guardi dentro puoi trovarci un mondo, che proprio in quel periodo si stava ampliando, ingrandendo, caratterizzando.

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Per quanto mi riguarda è questo il bellissimo messaggio nascosto che la serie cela. La storia, i personaggi e le vicende vanno di pari passo con il periodo storico che gira loro intorno. In questo modo, con calma e con mestiere, il team dietro agli attori riesce a creare un’empatia tra spettatore e personaggio talmente forte da far sì che, durante la terza stagione, chi guarda la serie  consideri ormai Cameron, Joe, Clark e Donna degli amici, o comunque qualcuno a cui voler bene e per cui parteggiare.

La terza e penultima stagione (AMC ha comunicato pochi giorni fa che la quarta sarà l’ultima, che un po’ dispiace ma fa anche capire che la storia era già stata programmata e scritta per avere un inizio e una fine ben definiti, cosa che non può far altro che piacere a chi ama delle sceneggiature coerenti) ci porta dritti al 1986: Cameron (Mackenzie Davis), geniale programmatrice con un carattere “leggermente” disfunzionale, e Donna (Kerry Bishé), adorabile moglie con un’insospettabile entusiasmo imprenditoriale e voglia di uscire dalla vita casalinga in cui è intrappolata, si trovano alle prese con l’evoluzione della loro creatura, Mutiny, una delle prime community di compravendita online e chat di impronta molto punk. Mutiny, che grida già all’indipendenza e all’open source, viene spostata dal Texas a quella che è una Silicon Valley agli albori.

Are you safe? è la prima scritta che ci viene buttata in faccia nella sequenza iniziale. Stiamo parlando della frase di lancio della campagna pubblicitaria sui cartelloni delle capitali di tutto il mondo del primo antivirus, scritto da Clark (Scott McNairy, nella serie marito di Donna e brillante ingegnere a capo del team che costruì il computer portatile durante la prima stagione) e regalato sconsideratamente a Joe McMillan, il personaggio chiave di tutto, un Lee Pace con la sua miglior faccia di gomma ad interpretare una sorta di carismatico Bill Gates (ah! Steve Jobs?!) sempre pronto a fiutare la next big thing nel campo dell’innovazione e che, appunto, da quel regalo costruisce un colosso basato sulla sicurezza informatica. Tutto si snoda da qui fino alla scena che spiegavo all’inizio dell’articolo nella quale le “squadre” dei 4 personaggi si rimescolano, tra rotture e riconciliazioni, matrimoni e funerali, fino al salto temporale al 1990 in cui i nostri scopriranno che c’è un modo per connettere tutte le piccole reti presenti sul suolo americano: l’inizio di quello che noi oggi chiamiamo Internet.

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In conclusione, consiglio caldamente questo titolo a chiunque voglia vedere una serie con una messa in scena lineare (senza forzature e fuochi d’artificio messi lì per far casino), una regia ed una scrittura così potenti da riuscire a farci totalmente empatizzare con i personaggi e le loro vicende, legate a due cose di cui siamo vittime, fautori e sostenitori ogni giorno: internet, la tecnologia in genere e la frenetica dipendenza dalle aspettative che nutriamo verso il futuro; un futuro fatto di innovazioni, che speriamo possano regalarci una vita più comoda e meno faticosa ma che, una volta raggiunte, diventano solo un altro scalino da lasciarsi alle spalle. Nei rapporti, nelle situazioni, nella vita di tutti i giorni.


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