Luke Cage

In una New York che vuole darci l’idea di essere negli anni ’80, pur essendo dichiaratamente nel 2016, inizia Luke Cage. Un nome così ad effetto da aver ispirato persino uno come Nicolas Kim Coppola (Nicolas Cage, si), per un supereroe che in realtà non era molto noto ai meno avvezzi ai fumetti Marvel (io stesso, che li leggevo, lo conoscevo come Power Man, e giusto per quel paio di apparizioni su Spiderman).

Partiamo con la sigla, un tema assolutamente ispirato alla musica black, perché, leviamoci tutti i dubbi e le ipocrisie sin dall’inizio, siamo ad Harlem, il nostro protagonista è un nero enorme con la pelle antiproiettile che parla per slogan fatalisti, una roba da “peggior incubo della polizia americana”, quindi sì, Netflix punta a tirare fuori quell’immaginario da outsider dalla nascita, lotta di classe, Black Panthers un tanto al Kg con una sbirciata alla pagina de “le migliori cit. di Malcom X”. Il sottotesto mi sembra abbastanza chiaro.
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Luke Cage non è un avvocato promettente con alle spalle anni di università. Non è un miliardario con un’armatura modello ispettore gadget. Non è nemmeno un semidio che quando si annoia va a rimorchiare qualche zozzetta sulla terra, è semplicemente uno che scopa da terra i capelli nella bottega di un parrucchiere in un quartiere sfigato, di sera fa il lavapiatti, e scappa da un passato tormentato in cui, da quel che ci è dato capire all’inizio, l’ha sempre presa in culo. Un’eterna vittima degli eventi. Si, abbastanza stucchevole.

Mike Colter veniva però fresco dalla buona prova in Jessica Jones (o per lo meno era perfettamente nella parte), ma se nel caso della serie con la Ritter aveva poche battute, cosa che lo faceva funzionare molto meglio, qui invece molti passaggi sembrano davvero forzati e rivelano abbastanza chiaramente che il casting sia stato fatto prediligendo più la stazza e facendo compromesso sul resto.

Lo si nota anche dai comprimari: la dice lunga il fatto che ci sia un terzo del cast di The Wire a sbrigarsela nelle retrovie. I due antagonisti, Cottonmouth prima e Diamondback poi, riescono a dare ai personaggi che interpretano molto più smalto di quanto non ne avessero nella loro versione cartacea, per non parlare di Simone Missick che ci regala una Misty Knight da riporre direttamente nei nostri sogni più zozzi (già fatto), ma non per questo relegata al ruolo di bella ma cagna (anzi, avercene). E in realtà ne abbiamo, perché il cast femminile di Luke Cage è effettivamente quello che si porta a casa la partita: vedere Rosario Dawson entrare in scena a metà stagione è una ventata d’aria fresca, la sua Claire, non a caso, è il link tra tutti questi supereroi un po’ pezzenti, una che senza nemmeno impegnarsi troppo si mangia tutte le scene dove divide l’inquadratura con il protagonista, mettendo in luce, senza volerlo, tutti i limiti di quest’ultimo in quanto a recitazione.

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A differenza di Daredevil qui manca davvero tutto quel che serve all’impianto drama per funzionare e appassionare, manca una “mitologia” di personaggi solidi: Daredevil ha Elektra, Punisher e Wilson Fisk interpretato da D’Onofrio, in Luke Cage ci sono un sacco di macchiette tenute in piedi da bravi attori, che però già nei fumetti facevano un po’ schifo al cazzo e venivano usati per non rendere troppo monotona la vernice delle pareti intorno a Luke. Persino Jessica Jones, con l’aiuto di un sempre carismaticissimo Tennant, riesce a trasformare un antagonista come Purple Man, che nei fumetti era abbastanza secondario (per non dire di più), in una nemesi assolutamente di valore. In tutta la stagione si ha l’impressione che nessun personaggio sia veramente importante, Claire e Luke a parte, e che tutti siano sacrificabili, gente della quale non sentiremmo comunque la mancanza in caso di dipartita. Da segnalare gli stucchevolissimi ritornelli dove qualcuno dice una frase ad effetto e l’altro risponde “sempre” (seriamente, nelle ultime tre puntate questo scambio avviene almeno dalle dieci alle quindici volte).

Ok, parliamo degli sberloni, perché è di questo che si tratta per la maggiore: la parte action della questione viene archiviata con “botte da rissa”. Niente ninja assassini e nessun militare esperto, il che è un bene dato che il protagonista è solo un uomo che si è ritrovato addosso forza e resistenza sovrumane. A parte tirare goffamente dei colpi di box in un flashback, Luke Cage passa attraverso i muri a testate, passa attraverso i nemici a dritti e spallate, e questo è esattamente che quello che ci si dovrebbe aspettare. Fedele e preciso. Ma è anche un male, perché la classica scena del corridoio (quella che sembrava tanto una cit. a Old Boy, nel caso del diavolo rosso) ormai marchio di fabbrica delle serie supereroistiche targate Netflix, non è così efficace, e spesso (vedi lo scontro finale) si trasforma in una rissa da bar tra due ubriachi che bisticciano in mezzo alla folla. Sì, qualcosa di abbastanza avvilente e ridicolo.

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Mi sento di finire con due note assolutamente positive, però, perché Luke Cage ha dei difetti, ma non è nemmeno una serie da sbattere nel cesso, anzi: è l’unica delle tre serie fino ad ora viste sui Defenders a condensare un numero folle di easter eggs (almeno una quarantina), la più spassosa delle quali è quella che vede Luke Cage scappare di galera e trovare dei vestiti di fortuna per strada, finendo per essere conciato come il suo alter ego dei fumetti. Un modo molto abile da parte dell’autore di farci vedere come l’attualizzazione del personaggio e dei costumi sia stata una cosa pensata e riuscita, per rendere il supereroe meno ridicolo di quello che sarebbe stato. L’altra, eclatante, nota di merito, è sicuramente la colonna sonora, perché non capita tutti i giorni, se non nei computer di quelli della mia generazione a cui piaceva il rap e da dove ne derivavano i campionamenti originali, di ritrovarsi con una playlist che accosta Miles Davis a Ghostface Killah, passando per Nina Simone e i Delfonics per arrivare al Wu Tang Clan: una sezione del prodotto talmente ben riuscita da essere presa in considerazione per un’edizione in vinile.

Insomma, Luke Cage non è decisamente una rivoluzione del genere (se di genere si può parlare) come successe per  Daredevil, è più un titolo di transizione un po’ caciottaro che punta più a divertire che a stupire o infilarsi in qualche classifica. Il problema vero è che poteva essere molto meglio e la cosa poco rassicurante è che dei 4 supereroi in programma non era nemmeno il più difficile da trasporre,  dato che la vera sfida sarà creare qualcosa di accettabile con Iron Fist. E nel caso domani qualcuno vi dica qualcosa, una qualsiasi cosa, anche “Guardi, ha della merda in fronte“, voi giratevi con la faccia da scemo di Mike Colter e rispondetegli “Sempre“.

 


  1. Chayton

    3 Febbraio

    Ma come siamo buoni. Luke Cage, detto da uno che è da sempre un fan, è una serie televisiva che fa schifo al cazzo, con scene d’azione ridicole, interpretazioni sopra le righe e una colonna sonora da incubo. Tutto, ma proprio TUTTO è fatto con i piedi e, particolare affatto secondario, l’intreccio, la scansione narrativa e i dialoghi sono di una noia mortale. Sempre.

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