The Get Down

Prima di iniziare devo fare una premessa: Baz Luhrmann non è tra i miei registi preferiti, anzi. Questo non per colpa di  Romeo+Giulietta o Moulin Rouge, per i quali comunque non mi sono mai strappata i capelli, ma per Il grande Gatsby, che riesce ancora a farmi prudere le dita e farmi venire delle gastriti di non poco conto. Sarà che l’ho visto appena dopo aver letto il libro di Fitzgerald, sarà che ho amato quel libro e tutti i suoi personaggi…ma niente, quel film per me rimarrà sempre un’opera a metà dove le belle citazioni del libro vengono gettate così alla rinfusa.

Detto questo non avevo grosse aspettative per questa serie, anche se prodotta da mammaNetflix e con un budget da capogiro (si parla di quasi 10 milioni di dollari a puntata e nel complesso le puntate sono 12.. Quindi fate due conti e sbarrate gli occhi). Invece mi sono dovuta ricredere: The Get Down non è certo perfetta ma riesce a cogliere in pieno il punto della questione.

tgd

New York, fine anni 70. Siamo nel Bronx e i nostri personaggi, tutti giovanissimi, cercano con il loro sudore e attraverso le loro passioni di uscire dalla situazione di povertà in cui vivono. Da queste premesse potrebbe essere presa come una copia/spinoff di Vinyl (serie marchiata HBO) in salsa black, ma rimarrebbe riduttiva come considerazione.

Così come la storia è divisa tra due protagonisti anche la musica che ne segue il percorso la è: da una parte abbiamo Ezekiel (Justice Smith), che dopo l’incontro con Shaolin (Shameik Moore, leggenda nel Bronx come writer) e il get down scopre di essere un paroliere perfetto e con i suoi amici decide di fondare una crew, dividendo la sua vita tra l’ambizione di diventare qualcuno e quella di poter raccontare la vita del suo quartiere attraverso le sue rime. Tra Grandmaster Flash e block party segreti, con Ezekiel seguiamo la nascita dell’hip hop.

Dall’altra parte della barricata c’è Mylene (Herizen F. Guardiola), figlia di un predicatore e con la passione per il canto: sullo sfondo il soul, Donna Summer e la disco music.

disco get down

Un punto a favore di questa serie è quello di avere tanti personaggi ma di riuscire grossomodo a dare voce ad ognuno in maniera adeguata. Oltre a Mylene ed Ezekiel in questi primi 6 episodi abbiamo modo di conoscere amici, parenti e personaggi di spicco della vita pubblica del Bronx che creano un affresco dettagliato del quartiere black di New York in quegli anni.

L’Hip Hop (e in parte anche la  disco music) oltre ad essere una valvola di sfogo è anche un modo per i vari personaggi di affrontare il presente e dare voce a persone e situazioni che in altri ambienti non ne avrebbero di certo.

Non tutto però è trasparente, e un altro merito della serie è sicuramente quello di non appiattire i personaggi in mere figurine e di non mostrare solo buoni o cattivi: a discapito delle buone intenzioni capiamo che alcune scelte dei personaggi sono irrinunciabili. Lo vediamo in Shaolin, che anche se ha una sua etica è costretto ad immischiarsi in attività poco lecite. E lo vediamo in Mylene stessa, che dovrà accettare una realtà che non è fatta solo di bianchi e neri ma anche di grigi, tra gli amici ma soprattutto in famiglia.

get down

La presenza di Luhrmann è evidente, ma anche se la sua estetica kitsch è ben presente sullo schermo, le immagini vivide con le frequenti panoramiche sui plastici di NY in 3D (come GoT ci ha ben abituato nelle sue infinite sigle) alternate ad altre decisamente più documentaristiche, rendono la visione decisamente godibile e leggera.

Gli anni 70 hanno visto la nascita dell’hip hop, della disco music ma anche del punk, che per ora nella serie ha avuto un breve spiraglio, ma che speriamo di vedere in maniera più ampia nei successivi episodi. Non ci resta che aspettare l’uscita della seconda metà della serie (per ora Netflix ha messo in rete i primi sei episodi lasciando i successivi per il 2017) sperando che The Get Down riesca a mantenere alto il livello.


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