Amanda Knox

L’omicidio di Perugia non riesce ancora ad avere una rappresentazione cinematografica all’altezza. Negli ultimi anni ci hanno provato più volte, ma il risultato è sempre stato tra il mediocre e il disastroso. C’è stata la serie televisiva del 2011 con Amanda Knox interpretata da Hayden Panettiere: poco meno che una fiction esplicativa da talk show in prima serata. C’è poi stato quello scult incredibile di The Face of a Angel, con mostri danteschi in giro per Perugia e Cara Delevingne che canta Jovanotti, un film che riesce a far provare sincera vergogna a chi un tempo pensava che Michael Winterbottom fosse un regista non da buttare. Ora è arrivato il documentario firmato Netflix che, vista la nobiltà del marchio, avrebbe dovuto essere in qualche modo il lavoro maturo e definitivo sull’omicidio di Meredith Kercher. Il risultato è invece abbastanza deludente, o meglio, talmente anonimo e didascalico da lasciare abbastanza indifferenti.

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 Parliamoci chiaramente, non è un brutto documentario Amanda Knox. La mano di Netflix si sente. Più che nel budget, la presenza della super piattaforma di streaming si avverte nell’approccio asciutto e piano alla materia: la vicenda viene ripercorsa diligentemente, con quel gusto per la sintesi e l’asciuttezza tutto anglosassone che va a districare la matassa vischiosa di bugie, prove e fracasso mediatico che fu l’omicidio di Perugia. In particolare, il film si focalizza su tre figure principali: il procuratore Giuliano Mignini, convinto sostenitore della colpevolezza dei ragazzi; il giornalista Nick Pisa, autore di molti dei vari “scoop” a sfondo sessuale che uscirono sul Daily Mail; infine Amanda e Raffaele, che hanno accettato di farsi intervistare nuovamente. Queste tre figure vanno a rappresentare le tre anime del processo di cronaca nera più famoso degli ultimi anni: ossia la procura pasticciona e “italiana”, la stampa britannica sensazionalistica e morbosa, i due enigmatici e ambigui ragazzi. Il tutto, come detto, fila via liscio senza increspare l’acqua neanche una volta, senza inciampi o confusione, fino alla conclusione abbastanza innocentista (ad Amanda viene lasciata l’ultima parola, la quale si auto-elegge “vittima del bisogno dell’uomo di trovare un cattivo universale”). Insomma, tecnicamente il documentario è effettivamente la miglior cosa fatta sin’ora sull’argomento. Tuttavia, se guardiamo a cosa aveva fatto Netflix in passato con la serie Making a Murder – attraverso la quale venne addirittura riaperto un caso di omicidio –  o semplicemente cosa ha fatto Andrew Jarecki con The Jinx, non possiamo non renderci conto di quanto poco aggiunga questo documentario a quello che già si sapeva sull’omicidio di Meredith. Un paio di filmati inediti della Procura, Amanda che gioisce in casa alla notizia della sentenza e una buona dose di sintesi non bastano a fare di Amanda Knox qualcosa di valore. Più che un documentario di approfondimento, il film sembra un Bignami (innocentista) pensato per coloro che al tempo non si sorbirono tutte le puntate di Porta a Porta. Non ha nulla da aggiungere o dimostrare questa produzione Netflix, se non schierarsi timidamente per l’innocenza di Amanda solamente per una questione di liberatorie (col cavolo che gli avvocati della Knox e di Sollecito li facevano andare a rilasciare delle interviste in un doc colpevolista). E così, in fondo, emerge il vero senso di quest’operazione: cercare di intercettare gli ultimi schizzi di interesse mediatico per una vicenda destinata – al netto di “veri” documentari d’inchiesta come The Jinx – a sprofondare nel dimenticatoio.

VOTO: 5.5


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