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Intervista con Konstantina Kotzamani

Intervista con Konstantina Kotzamani

Catoblepa, tu mio amico morto, io vendicherotti, tu. E Supergiovane da’ fuoco a uno spinello col quale affumica il governo, che, all’istante, passa all’uso di eroina e muore pieno di overdose.”

Con queste strofe vorrei inaugurare una nuova rubrica per Gli Sbandati, che chiamerò su due piedi e senza alcuna fantasia Supergiovani!. Una rubrica che non avrà alcuna regolarità e che uscirà ogni qual volta lo riterremo necessario. Per chi sta già arricciando la boccuccia o sta storcendo il nasino, beh, fatevene una ragione, come si suol dire: è la stampa bellezza. “Supergiovani” è un contenitore che riempiremo fino all’orlo di notizie, informazioni e recensioni riguardanti le giovani promesse del cinema contemporaneo. Qui saranno presentati gli artisti che Gli Sbandati ritengono, a ragione o a torto, i protagonisti del cinema di domani.

Inauguriamo la rubrica con un intervista alla bella ed affascinante regista greca, Kostantina Kotsamani.

Enjoy!

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Andiamo con ordine. Classe 1984, Konstantina Kotzamani cresce come artista e come cineasta alla scuola di cinema di Salonicco. Nonostante la sua giovane età, la regista greca è già stata selezionata ed ha presentato i suoi film in diversi festival europei, Cannes e Berlino compresi. E già qui direi che un bello “chapeau” ci può anche stare. Ad ogni modo, la giovane artista non ha certo attirato la nostra attenzione per le passerelle fatte sui festival. Il cinema di Konstantina è un cinema potente, visionario, che apre finestre su un mondo grottesco ed alienato, fatto di personaggi che sembrano soffrire di una solitudine incurabile. Un cinema che agli Sbandati è piaciuto tanto e sul quale vorremmo gettare uno sguardo approfondito. L’abbiamo incontrata durante il Concorto Film Festival e abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con lei all’interno della retrospettiva che Concorto le ha dedicato. Per l’occasione sono stati proiettati due suoi cortometraggi (Morning Prayers e Washingtonia) insieme ad un estratto della sua ultima fatica, Limbo, già presentato quest’anno alla Settimana della Critica di Cannes.

Prima domanda, una domanda personale. Perché il cinema? Perché hai scelto di diventare una regista e non utilizzare invece altre forme d’arte per esprimere la tua creatività?

Sinceramente non lo so. Ho sempre amato il cinema. Quello che mi piace di più nel cinema è che riesce ad unire il racconto ed il mito. E’ questo ciò che probabilmente mi attrae di più di questa disciplina. Non sono così interessata alla fotografia o ad altre forme d’arte.

Parliamo di Morning Prayers (lavoro scritto e diretto a quattro mani con Katarina Stankovic). Non è stato il tuo primo lavoro. Avevi già infatti girato altri cortometraggi ma l’impressione che abbiamo avuto quando abbiamo guardato i tuoi film è quella che Morning Prayers sia un’opera di rottura all’interno del tuo percorso artistico. Sei d’accordo?

Anche io penso che Morning Prayers sia un film diverso. In realtà sono state anche le modalità di ripresa e le ragioni per il quale il film è stato girato a renderlo in qualche modo anomalo. Lo abbiamo girato all’interno di un programma chiamato “Sarajevo City of Film”. Avevamo a disposizione tre giorni per scrivere la sceneggiatura, fare le riprese e montare. Quindi dovevamo fare tutto il necessario all’interno in un lasso di tempo estremamente ridotto. Non c’è stato tempo per pensarci su troppo. Abbiamo preso la cinepresa e trovato i ragazzi protagonisti. Non avevamo nemmeno il tempo per pensare a come l’avremmo montato o come avremmo disposto le luci sul set. In effetti è stato tutto alquanto folle. Lo sento comunque un mio film e sono queste forse le ragioni del perché Morning Prayers sembra così diverso dagli altri film.

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Morning Prayers

Dopo Morning Prayers è arrivata la consacrazione finale con Washingtonia. Presentato a Berlino in prima internazionale, il film ha riscosso un grande successo sia tra la critica che tra il pubblico. In parte ne avevamo già avuto un assaggio lo scorso anno a Concorto, dove in concorso c’era Yellow Fiever, cortometraggio che approfondisce una delle vicende trattate nello stesso Washingtonia. Parlaci di questi due film.

Washingtonia è stato girato prima di Yellow Fever. Il Greek Film Center ci diede un piccolo finanziamento per fare un ritratto di Atene. In origine doveva essere una sorta di documentario ma io avevo in testa l’idea di filmare Atene come se fosse stata una città africana. Ero ad Atene da poco e per me la città aveva un volto estremamente esotico rispetto a Salonicco, dove vivevo prima. E’ uscita poi la questione delle palme. Per chi non lo sapesse, le palme che si trovano ad Atene stanno tutte morendo a causa del coleottero rosso. Stavo cercando le location per il film e luoghi adatti dove poter trovare le palme quando, inaspettatamente, mi sono imbattuta in tutti questi personaggi. Ho detto allora ok, perché non facciamo qualcosa di diverso? Non avevo alcuna idea iniziale su cosa Washingtonia sarebbe diventato. Ma dopo aver incontrato tutti questi personaggi in strada e mi sono detta che dovevo inserire queste persone nel mio film. Alla fine durante il montaggio del girato tutti i pezzi sono andati al loro posto e Washingtonia è venuto fuori. La cosa divertente è che quando ho mostrato il film al Greek Film Center sono rimasti basiti e mi hanno chiesto se per caso ero stata in Africa. Mi avevano dato solo 5000 euro per farlo, come avrei potuto girarlo in Africa con quel budget? Mi chiesero i soldi indietro ma fortunatamente dopo essere stata selezionata alla Berlinale si convinsero e solo al quel punto mi hanno detto “Ok, è un capolavoro”.

Per quanto riguarda Yellow Fever invece è stato ideato l’estate scorsa, quando la situazione in Grecia era particolarmente difficile. L’economia era ferma, c’era la possibilità di uscire dall’Unione Europea e tutto il resto.. Avevo già in programma di fare un altro film ma tutto era bloccato e devo confessare che è stato un momento difficile. Mi sono detta però che comunque dovevo rimanere attiva come artista e continuare a creare. E’ stato quindi facile per me ritornare sul materiale che avevo già girato per Washingtonia, avendo soprattutto tante cose che alla fine non avevo incluso nel montaggio originale del film. Mi ci sono immersa, guardando questa volta più in profondità e ho voluto creare un’ allegoria in grado di raccontare la Grecia di oggi.

Washingtonia

A parte qualche nome importante, la cinematografia ellenica non è particolarmente conosciuta in Italia ed in generale in Europa. Però nell’ultimo periodo alcuni registi sembrano essere emersi in modo prepotente, penso a Yorgos Lanthimos (Dogtooth, The Lobster) e Athina Tsangari (Attemberg, Chevalier), formando quella che è stata definita “the Greek weird wave”. Come ti posizioni tu personalmente rispetto a questa definizione e rispetto agli altri registi greci contemporanei?

Io penso che Lanthimos stia portando avanti un lavoro davvero specifico. Non sono sicura di avere qualcosa in comune con lui. Forse il pubblico potrebbe esprimersi su questo. Credo che Washingtonia abbia uno stile preciso e non riesco a trovare alcuna connessione con il lavoro di Lanthimos. Probabilmente c’è questo senso di alienazione dei personaggi che può essere una caratteristica che abbiamo in comune. Ma credo anche che in Washingtonia sia reso in modo ancora più grottesco e spensierato. Per quanto riguarda gli altri registi e la cosiddetta “Greek weird wave” non mi sento parte di questo gruppo. Non c’è alcun manifesto artistico che accomuni questi artisti. E se chiedete a Lanthimos se per caso è parte di un movimento con Tsangari, c’è la possibilità che storca il naso al riguardo. Sono stati i festival di cinema a dare  a questo gruppo di registi un nome, quando sono gli stessi artisti ad essere i primi a non riconoscersi in questa definizione. Allo stesso modo posso accettare che negli ultimi anni i film greci siano stati pubblicizzati nei festival europei attraverso questa chiave di lettura. Visto anche che prima che Lanthimos salisse alla ribalta, il cinema greco era rimasto per una decina d’anni nell’anonimato e fuori dai grandi festival europei.

Audio Intervista


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