Paradise: Love

Il primo film della trilogia del Paradiso di Ulrich Seidl. Il viaggio in Kenya di una cinquantenne alla ricerca del brivido del turismo sessuale mostratoci dall’autore austriaco con il solito sguardo gelido ed impietoso. Un film a tratti sfiancante ma eccezionale.

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Prima di cominciare a parlarvi dell’Outsider di questa settimana vi avviso che nelle righe che seguiranno userò la parola niggaz e non lo farò in maniera offensiva o dispregiativa. Dopo questo piccolo disclaimer possiamo iniziare a parlare dell’ennesimo eccezionale film di Ulrich Seidl, il primo dei tre Paradise (gli altri sono Hope e Faith), ovvero Paradise: Love.

Una cinquantenne austriaca cicciottona d’estate molla la figlia dalla sorella e vola in Kenya in vacanza. Per le spiagge? Per la natura? No, per il sesso. Ecco quindi che Teresa (una Margarete Thiesel da applausi) si addentra lentamente nel mondo del sesso a pagamento, spinta da un’amica caciarona che le parla in toni entusiastici dell’esperienza interracial. Non sarà tutto rose e fiori e cazzi. Soprattutto perchè Teresa è una donna in piena crisi di mezza età, ingenua e piena di complessi e i niggaz sono sì in vendita ma sono anche molto furbi. Senz’altro più furbi della pallida Teresa.

Con il suo tipico stile iperrealista Ulrich Seidl ci mostra tutta la tristezza e lo squallore del turismo sessuale, mettendo sotto la lente di ingrandimento non gli uomini che vanno a scoparsi le ragazzine in Asia (troppo facile…) ma le cinquantenni/sessantenni (le cosìddette sugar mamas) che partono per l’Africa in cerca di piacere. Ne viene fuori un film che da una parte sfrutta il suo realismo per mostrare una realtà poco conosciuta come quella della prostituzione maschile africana mentre dall’altra getta uno sguardo impietoso sulla donna bianca europea che si trasforma (spesso inconsapevolmente) in una razzista della peggior specie. Paradise: Love visivamente è una bomba, con Seidl che con la sua camera fissa passa dal regalarci veloci quadretti grotteschi a lunghissimi piani sequenza che sono allo stesso tempo affascinanti e fastidiosi. La sequenza del primo rapporto tra Munga e Teresa è la più intensa e quella forse più disturbante, un’orgasmo di finzione ed ipocrisia lungo 10 interminabili minuti nei quali la donna pretende di insegnare la delicatezza e le buone maniere all’uomo nero.

Si prova disagio a guardare il film anche perchè moralmente può essere difficile prendere una posizione: se da una parte vogliamo vedere sprofondare la stupida donna bianca che perde progressivamente il controllo sulle proprie azioni, dall’altra non si può negare un certo fastidio nel vedere i niggaz che fanno a gara per truffare Teresa. Ma se agli uomini locali è dato modo di mantenere vivi orgoglio e dignità con il rifiuto finale del mitico Josphat, le grasse donne europee ne escono irrimediabilmente perdenti, sommerse dal loro mare di superficialità, ignoranza e razzismo.

Moralismi a parte Paradise: Love è un’esperienza da provare ed un ottimo biglietto da visita per il cinema unico di Ulrich Seidl (che per chi non lo sapesse è #quellodiCanicola).

Paradise: Love, 2012, Ulrich Seidl


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