The Legend of Tarzan

Dopo il live action de “Il libro della Giungla”, torniamo nella natura selvaggia con il nuovo adattamento di Tarzan, il cui trailer sarà stato notato da molti di voi per la presenza di quel figone con gli addominali di marmo (Tarzan/Alexander Skarsgård) e per la bonazza bionda che si sposa DiCaprio in “The Wolf of Wall Street” (Jane/Margot Robbie). Comunque, mettendo da parte un per attimo Apollo e Afrodite, le conclusioni che abbiamo tratto dalla visione di “Tarzan” sono: il film ha uno spessore pari a un pelo di elefante – tanto per restare in tema – e meno ritmo di una fila al pronto soccorso il sabato sera. Comunque, per amore di critica ci sembra il caso di argomentare la questione un po’ di più (gli svarioni a caldo su “Tarzan” li potete trovare qui) quindi, per prima cosa, eccovi la trama.

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Sono passati diversi anni da quando Tarzan – che ora si chiama John Clayton III – abitava nella giungla con la sua famiglia gorilla. Adesso l’ex uomo primitivo conduce una vita da riccone a Londra insieme alla sua bella moglie Jane. Dopo aver ricevuto un invito a tornare in Africa da parte del Re Leopoldo, Tarzan/John decide di partire in visita in Congo in compagnia di Jane e del giornalista americano George Washington Williams (Samuel Jackson) per verificare alcune voci secondo cui la popolazione locale starebbe venendo ridotta in schiavitù. In Congo, però, l’avido capitano belga Leon Rom (Christoph Waltz) ha in mente di consegnare l’uomo-scimmia a un capo indigeno che lo odia profondamente in cambio di una bella quantità di diamanti.

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Allora, il film parte con una prima scena improponibile, con Christoph Waltz che sconfigge una serie di muscolosissimi congolesi a colpi di rosario (…sì, di rosario = facile metafora della natura distruttiva della religione. Bravissimi). Poi, però, vengono poste delle premesse relativamente originali e tutto sommato interessanti. Invece che scegliere di raccontare la storia classica e più pop di baby Tarzan allevato dai gorilla, David Yates (quello di Harry Potter) ci parla di un uomo-scimmia addomesticato che riparte in Africa in una sorta di ritorno alle origini. Oltre a ciò, i punti positivi di questo live action si limitano ai pochi flashback sparsi in cui si vede un pizzico di quella che idealmente sarebbe dovuta essere la protagonista del film: la natura violenta e irragionevole del mondo selvaggio, con Tarzan come filo conduttore tra questo e la civiltà. Invece boh. “Tarzan” alla fine si rivela una specie di “Disneyata” bruttarella piena di quel solito pigro citazionismo che ormai ha stufato alla grandissima.

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Alla fine il film ruota tutto intorno al colonialismo occidentale cattivo e all’avidità degli esseri umani che preferiscono un gruzzolo di diamanti a un ben più poetico tramonto sul mare (<3). Poi abbiamo una Jane proto femminista determinatissima e ultra cazzuta (vai così sorella!) e un Samuel Jackson che è praticamente Magg di “The Hateful Eight” che ha deciso di mollare il mestiere di cacciatore di taglie per diventare la spalla nera simpaticona di Tarzan. Magari lo pagano di più, non so. Comunque, alla fine i buoni della situazione si uniscono a tutti gli animaletti della giungla per sconfiggere i cattivi (^0^), Tarzan recupera la sua bella (precedentemente rapita, ovviamente – proto femminismo dei miei stivali) e se la limona davanti a una folla che li guarda con gli occhi a cuoricino che manco le fangirl al Lucca Comics. In mezzo a tutto questo ci sono diverse scene d’azione (su un battello, un treno in corsa, in un fiume, tra le liane ecc. ecc.) e dialoghi e ciance vari di natura mortalmente soporifera.

Per concludere, ho deciso di assegnare un’unica pagella condivisa per tutto il cast di “Tarzan” – che alla fine è adatto e si porta a casa un 7/10 – fatta eccezione per Alexander Skarsgård (fantasticamente musone e monoespressivo) e Christoph Waltz (goffissimo mentre si attorciglia tra le mani quello stupido rosario), che si prendono un bel 8/10 per intensità e un 5/10 per ridicolaggine.

VOTO: 4,5


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