Tutti vogliono qualcosa

Dopo i trionfi di Boyhood, Richard Linklater torna in sala con un film piccolissimo, seguito spirituale di “Dazed and Confused”. Dolce e scemotto fino allo sfinimento, “Tutti vogliono qualcosa” è un regalo del regista ai propri fan (e a se stesso).

Richard Linklater ha deciso di farsi un regalo da solo. Alla fine è una cosa piacevole da fare ogni tanto. Invece di scervellarsi e fare un regalo a qualcun’altro, compri una cosa a te stesso. Noi comuni mortali lo possiamo fare per esempio auto-regalandoci un libro, una giacca, della marijuana; Richard Linklater, invece, ultimo guru del cinema indipendente americano, lo può fare regalandosi un film. D’altronde l’ultima sua fatica è stata il celebratissimo Boyhood, girato in 12 anni e incensato (forse esageratamente) da tutto il mondo della critica. Linklater insomma può fare un po’ il cazzo che gli pare e ha deciso di auto-regalarsi un seguito spirituale del film che lo lanciò nel 1993, quel Dazed and Confused (in italiano “La vita è un sogno”)  che raccontava la storia di un gruppo di amichetti che finisce la scuola e vede la vita adulta aprirsi davanti a loro. Il regista ha ripreso più o meno gli stessi personaggi e li ha spostati al primo anno di college. L’ambientazione è sempre quella della sua giovinezza: fine anni ’70 e inizio anni ’80.

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figa degenero

1980. Il film inizia con Jake Bradford (Jenner), una specie di sosia di Matt Dillon da giovane,  che si reca alla residenza universitaria dove vivrà negli anni successivi. Jake ha vinto la borsa di studio universitaria  perché è un campioncino di baseball. I coinquilini sono anche loro giocatori di baseball: c’è Finnegan (Powell), biondo semi-intellettuale del gruppo;  c’è Plummer (Baker), matricola tracagnotta e un po’ tonta; c’è Willoughby (Russell), hippy orfano dei bei tempi andati della California anni ’60; c’è Jay (Huston), semi psicopatico e dal temperamento burrascoso. Ci sono anche tanti altri di cui non ho trovato i credits sul web ma, insomma, il succo è che Jake conoscerà tanti nuovi amici e che i primi giorni al college non si dimenticano mai! (!!!). Yayy.

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Raga pazzia totale

Insomma, Tutti vogliono qualcosa è in tutto e per tutto un college movie, che racconta quanto sia bella e pazzerella la vita dei giovani al college. Dobbiamo dunque aspettarci orge pantagrueliche con in sottofondo Major Lazer? ragazze 18enni che si fanno fistare da un gruppo di maschi mentre si ragliano una riga di meth? Cocktail allucinogeni preparati cuocendo insieme squirt ed eroina? No, perché Richard Linklater alla fine è un pacioccone con una visione delle trasgressioni che si colloca a metà tra Happy Days e un campeggio dei Boy Scouts. E soprattutto perché a Linklater non interessa mostrare la realtà del mondo universitario americano (attuale o passato); a Linklater interessa parlare dei grandi svincoli della Vita, di quando gli americani attraversano dei momenti che li cambieranno per sempre. Il regista ha scelto allora uno stile gigione ai limiti del cartoon, nel quale fa muovere i suoi simpatici (?) personaggi che diventano dei simboli di un’epoca che Linklater guarda con enorme nostalgia: i primi anni ’80, con la disco music al suo apogeo, il country ormai morente e il nascente Heavy Metal, ancora legato al punk e all’hard rock. Le avventure di Jake e dei suoi dudez tra party dove si beve birra e partite a ping pong sono raccontate con un buonismo dolce e scemotto che potrebbe far venire l’itterizia al minuto 15°, se si è abituati al realismo del cinema indie attuale. Ma Linklater, come detto, ha fatto un film per se stesso e per i propri fan. E soprattutto Linklater sarà anche un buonaccione che legge Topolino e che pensa che la vita è belisssssssimaaaa, ma è pur sempre un regista con un talento innegabile: Tutti vogliono qualcosa ha tutte le carte in regole per essere un film idiota, scemo e anacronistico, ma che in mano a Linklater riesce clamorosamente a funzionare. Il risultato è che ci si ritrova a guardare con (quasi) interesse due ragazzoni che si prendono a schicchere sulle nocche, un corteggiamento telefonico in split-screen che sarebbe stato tagliato via dalla meno ispirata delle puntate di Fonzie e una rissa dove non vola mezzo centilitro di sangue. Questo perché Richard, alla fine, è un maestro nel ricomporre la vita nei suoi momenti più semplici e banali. Detto ciò, Everybody wants some!! (nel titolo originale con due punti esclamativi, a sottolineare proprio l’ingenuità dell’operazione) è un film pressoché inguardabile per chiunque non sia un critico, un cinefilo, un fan di Linklater o un 50enne che è cresciuto nello stesso periodo del regista.

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Orgia e speed stasera?

P.S. l’unica sequenza davvero interessante è quella in cui l’hippy scompare nel nulla, dopo che l’università scopre che non è un ventenne ma bensì un californiano di 30 anni inseritosi per motivi misteriosi dentro il college. Ecco, qui il film mostra in modo originale una delle pieghe della storia americana del ‘900: Willoughby rappresenta l’umanità post-hippy che andò alla deriva per il continente dopo la fine del movimento del ’65-’68, per poi lentamente scomparire. Ecco in questo caso il film, nel suo unire micro e macrostoria, colpisce. Il resto è solo una puntata di Happy Days regalata da Linklater a se stesso.

VOTO: 5

 

 


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