Where to invade next

Dopo sei anni di riprese, il pingue regista americano porta finalmente al cinema la sua ultima avventura, decidendo questa volta di abbandonare la critica spinta al sistema americano ed abbracciare finalmente la positività, raccontando solo storie di persone felici ed appagate nella società in cui vivono. Nessun attacco frontale allestablishment americano, nessun nome alla gogna, nessuna polemica con qualche associazione di fanatici delle armi. Al loro posto, semplicemente persone felici, sorridenti, che intervistate, senza alcuna eccezione, si dichiarano fiere del sistema in cui vivono. Ovviamente, chi sono queste persone felici che Michael Moore incontra? Gli altri, gli europei, non certo i suoi connazionali americani, metaforicamente proprio i destinatari del film in questione.

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Michael Moore, in Where to Invade Next, decide per un’ora di prendere simbolicamente il posto dell’esercito americano ed invadere tutti i paesi nel mondo che abbiano dimostrato, in un modo o nell’altro, di aver trovato soluzioni ai medesimi problemi che affliggono l’America di oggi. C‘è l’Italia con il suo sistema retributivo, la Finlandia con l’educazione, la Francia con le mense scolastiche e la Norvegia con il suo sistema penitenziario all’avanguardia. Una ricerca che Moore inizia, e conclude, avvolto in una grande bandiera a stelle e strisce, armato di quel suo patriottismo tutto personale, pronto ancora una volta a mostrare agli americani come nel resto del mondo le persone vivano, e riescano a vivere, vite migliori delle loro.

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Detto questo, se dovessi scegliere una frase che meglio di altre sintetizzi la narrazione documentaristica di Michael Moore, sceglierei sicuramente l’erba del vicino è sempre più verde”. Where to invade next doveva essere l’opera della svolta per Michael Moore, quella con la quale finalmente tirare il filo di tutte le battaglie finora portate avanti (sanità’, diritti dei lavoratori, carceri..), quella dove, nelle intenzioni del regista, i problemi avrebbero dovuto lasciare posto alle soluzioni, un po’ come già parzialmente visto in Sicko. Ed invece siamo qua a parlare di un film che, nel complesso, si può definire godibile, ma che tuttavia porta con se’ tutti i limiti di un regista con una visione del mondo da sempre troppo didascalica, eurocentrica e, al giorno d’oggi direi anche, poco originale.

Non vi e’ nulla di male nel guardarsi intorno, nell’uscire dal proprio orticello e prendere spunto da chi ha provato ricette economiche e sociali diverse. Un altro paio di maniche è il mero scopiazzare soluzioni idealmente perfette ma purtroppo totalmente aliene alla società americana. Se poi ci si aggiunge il pizzico di senso d’inferiorità culturale nei confronti dell’Europa, che al vecchio Michael piace tanto, beh potrete capire da voi perchè nessuno negli Stati Uniti prenda nemmeno lontanamente in considerazione le proposte del regista americano

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La forzatura registica sta nel fatto di voler prendere ciò che c’è di buono la’ fuori nel mondo, senza però vedere ciò che di buono c’è già negli Stati Uniti e lavorare su quello. Una forzatura ancora più evidente con l’inutile tentativo del regista di reclamare che tutte quelle “buone idee”, trovate in giro per il mondo, siano state in principio “idee americane”. Questa esterofilia, che a lungo anche in Italia ha impestato la narrativa giornalistica, rivela l’idea che Moore ha riguardo al popolo americano. Perchè se dovessi fare l’identikit dello spettatore “tipo” al quale il regista si rivolge con Where to invade next, penserei ad un vecchio zoticone del sud, omofobo, armato e con la terza elementare in tasca.

Il punto e’: l’America e’ davvero tutta qua? Moore con quest’ultimo film sembra voler parlare proprio a quegli americani che il suo film non lo vedranno di peso, perchè probabilmente disinteressati a farsi fare la morale da un soft-liberal con evidenti problemi di peso. Ed in fondo, un po’, forse li capisco.

VOTO: 6


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