The Dressmaker

L’australiana Jocelyn Moorhouse ha diretto un film molto interessante e con del potenziale mica da poco. “The Dressmaker” non è il classico compitino pulito che ti fa uscire dalla sala soddisfatto e con quel caratteristico senso di compiuto dei film circolari. Qui, è evidente, la confusione regna sovrana, ma è un tipo di confusione che ti lascia lì, piacevolmente rintontito nella sua imprevedibilità. In effetti, una delle questioni che il cinema contemporaneo dovrebbe risolvere ultimamente è l’incapacità di fare di nuovo film che sorprendano, di cui è difficile immaginare la conclusione o tentare di indovinare quello che avverrà nelle scene con l’avanzare della storia. Questione dura, dal momento che le sale sono dominate da quei lobotomizzanti “copia e incolla” di film sui supereroi. In ogni caso, le virate matte e improvvise di “The Dressmaker” in questo riescono proprio bene. E ‘sticavoli dei difetti e delle ingenuità. Finalmente un po’ di vero intrattenimento.

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Basato sull’omonimo libro di Rosalie Ham e ambientato nei primi Anni ‘50, “The Dressmaker” racconta la storia di Tilly Dunnange (Kate Winslet), che dopo aver lavorato per molti anni come stilista a Parigi ritorna nell’odiata città natale australiana: la sperduta e desolante Dungatar. Consapevole di essere odiata dalla stragrande maggioranza dei locali in seguito a una tragedia risalente a quando era bambina, Tilly cerca di recuperare il rapporto con la madre picchiatella (Judy Davis) e di conquistare gli abitanti portando un po’ di haute couture tra gli zoticoni del posto; il tutto tra nuovi amori (Liam Hemsworth) e maledizioni infrangibili.

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“The Dressmaker” non appare immediatamente per quello che è. All’inizio, infatti, questo film sembra una classica storia di riscatto su una ragazza che, a distanza di anni, ritorna nella sua città natale per prendersi la sua rivincita sugli stronzetti che l’avevano tormentata da piccola. Insomma, una divertente commedia a lieto fine con un mistero da svelare per dare un po’ di pepe al tutto. In realtà, questo è vero soltanto nella prima parte, poi una nuova, improvvisa tragedia scombina le cose trasformando “The Dressmaker” in una tragicomica storia di vendetta vagamente tarantiniana con qualche elemento di follia un po’ horror. In effetti, in “The Dressmaker” si potrebbero perfino rintracciare due “film” con due finali ben distinti e quasi alternativi. Uno, quello positivo e lineare, a metà della storia, l’altro (che poi ovviamente è il vero finale) alla sua conclusione. In questo curioso approccio stanno sia la forza che la debolezza del film. Da un lato la capacità di ribaltare di punto in bianco le carte in tavola portando lo spettatore a domandarsi genuinamente che diavolo sta succedendo e rendendogli difficile prevedere il finale della storia; dall’altro la confusione e un tema centrale difficile da identificare in tempi utili per l’inquadramento del film.

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La sceneggiatura, in ogni caso, resta divertente e sfiziosetta (l’idea delle campagnole vestite haute couture è un bel colpaccio per la fotografia) e a supportarla c’è un ottimo cast che fa davvero la differenza. Kate Winslet – più invecchia meglio diventa, proprio come il vino – seppur spacciata per improbabile coetanea del bonazzo Hemsworth è una Tilly riuscitissima con quel suo particolare piglio tra l’altero e l’emotivo. Anche Judy Davis (la mamma matta) e Hugo Weaving (il poliziotto con il fetish delle balze) fanno la loro porca figura. Insomma, c’è un’anima in “The Dressmaker”, e delle idee che riescono ad andare oltre ben i difetti di linearità ripagando pienamente i soldi del biglietto.

VOTO: 7 –


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