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Master class di Paolo Sorrentino al Lucca Film Fes...

Master class di Paolo Sorrentino al Lucca Film Festival

Lo aspettavamo forse più di altri Paolo Sorrentino al Lucca Film Festival. Non perchè sia il nostro autore preferito tra quelli presenti (ANZI), ma perchè il suo personaggio è forse quello più imperscrutabile e che crea più curiosità rispetto ad altri dei quali si sa praticamente tutto. Nascosto dietro quell’aria un po’ arrogantella da falso modesto e vestito come al solito male, il regista premio Oscar ha intrattenuto venerdì pomeriggio per un’ora emmezza abbondante il pubblico del cinema Moderno di Lucca, ripercorrendo insieme alla giornalista di Repubblica Silvia Bizio tutta la sua carriera e rispondendo alle domande (spesso stupide) dei fèns.

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Sorrentino non è esattamente un artista dal fascino irresistibile e la cosa che colpisce subito è quanto sia legato ad un modo molto pragmatico di concepire il cinema e la realtà che lo circonda. E’ uno che se gli chiedi come mai ha iniziato a fare cinema ti risponde “Perchè è il campo artistico nel quale sono permessi più errori“: ciao poesia proprio. Incalzato dalla Bizio, Sorrentino ha parlato dei suoi esordi come sceneggiatore (il ruolo nel quale si sente più a suo agio), del passaggio ad aiuto regista fino al suo esordio con un cortometraggio nel quale commise “tutti gli errori possibili”. Ma è dall’esperienza sul campo che secondo Sorrentino si impara a fare cinema, attraverso gli sbagli. Di sicuro una cosa che l’ha agevolato nel suo ruolo è stata una naturale predisposizione alla dittatura, cosa importantissima su un set cinematografico, pieno di “gente” che ha bisogno di qualcuno che dia ordini precisi per rendere al meglio. Insomma, Sorrentino parla come se fosse un mestierante del cinema con il solo dono del riuscire a mettere su schermo ciò che gli passa per la testa. Nessun volo pindarico, nessun obiettivo strano, nessuna poetica particolare.

Anche quando si parla del cinema degli altri, Sorrentino glissa e chiude subito la questione: “Non guardo molti film, sono legato ai miei maestri del passato come Fellini e Truffaut e amo i visionari come i Coen e Lynch. Quando giro non vado mai al cinema perchè mi faccio influenzare facilmente. Sono piuttosto ignorante in fatto di cinema, ho moltissime lacune: per esempio il cinema orientale mi è totalmente sconosciuto”. Non poteva mancare la domanda sulla situazione del cinema italiano, che sembra andare alla riscossa con Non essere cattivo, Jeeg, Perfetti Sconosciuti e l’ultimo Veloce come il vento: “Non li ho visti, ma penso che il cinema italiano sia in un buon momento.” 

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Alcune tra le cose più interessanti venute fuori da questo incontro sono quelle legate ai dettagli, alle situazioni più banali della vita di tutti  i giorni dalle quali Sorrentino è riuscito a trarre ispirazione per i suoi film. La Grande Bellezza è nato dopo che il regista ha assistito ad un tentativo di abbordaggio di un attempato dirigente RAI nei confronti di una giovane dell’Est in un ristorante romano (un quadro ritenuto da Sorrentino sublime e bellissimo nonostante l’apparente squallore) e Youth è ispirato ad un fatto di cronaca che vede al centro il maestro Muti, che si rifiutò di suonare per la Regina Elisabetta. Il seme di This Must Be The Place è stato invece buttato quando Sean Penn ad un party confidò a Sorrentino che avrebbe fatto di tutto per recitare in un suo film. Erano le 4 di mattina: Sorrentino era sbronzo e pensò ad uno scherzo. Il giorno dopo scoprì che Sean Penn non beve mai e che era dannatamente serio. Sull’attore americano Sorrentino si sofferma parecchio, sottolineando la sua assoluta professionalità e il suo ruolo fondamentale nella creazione del personaggio di Cheyenne, un personaggio che ha preso vita lentamente sul set, secondo l’ispirazione di Penn. This Must Be The Place venne presentato al Sundance, festival del quale Sorrentino ammette di non avere alcun ricordo dato che passò l’intera durata del festival chiuso in hotel assediato da una bufera di neve.

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Da buoni hipsters, poi, abbiamo deciso di chiedere al regista napoletano com’è nata la collaborazione con Mark Kozelek aka Sun Kil Moon per Youth: “E’ stato tutto molto abbastanza naturale e semplice. C’è stato un momento nel quale ascoltavo molto la sua musica e mi sono accorto che non riuscivo a scrivere se non ascoltavo le sue canzoni. Mi sembrava quindi scontato inserirle nel film. Ho poi deciso di contattarlo per fargli recitare una parte e niente…è stato tutto molto “normale”…abbiamo trovato un accordo economico e lui è venuto. Niente di particolare”. 

Tra una domanda su Maradona e una su Servillo si è arrivati anche a parlare di The Young Pope, la serie tv che Sorrentino sta girando e che vedremo a Novembre, sulla quale però non si è voluto sbottonare, dicendo solo che non ha cambiato di una virgola il suo modo di girare e che, anzi, ha deciso di fare questo esperimento solo dopo aver avuto rassicurazioni sul fatto che avrebbe avuto totale carta bianca dal punto di vista realizzativo. Nella serie ci sarà “un grande Silvio Orlando“. Incontro non dal grande fascino suggestivo ma molto interessante e pieno di contenuti quello col regista italiano, che ha ricevuto poi nella serata di sabato il premio alla carriera del Lucca Film Festival, prima della proiezione de Il Divo (film sul quale ha raccontato di aver ricevuto pressioni e minacce…tutte ovviamente molto goffe e all’italiana).

Chiudiamo con due curiosità secche. Con quale attore ti piacerebbe lavorare? Jack Nicholson. Se dovessi fare un film di genere puro, che genere sceglieresti? Un noir stile Chinatown o L.A. Confidential.

Ciao.


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