Land of Mine

Il regista olandese Martin Pieter Zandvliet ci propone un film in cui tutto va male, anzi, malissimo. Non c’è speranza per i giovani protagonisti di Land of Mine che, fin da subito, sembrano condannati a una morte probabilmente atroce o, se va bene, a qualche brutta amputazione. Il film, in effetti, è una sorta di escalation di tragicità difficile da guardare; tanto che ironicamente diverse persone che erano in sala con me durante certe scene particolarmente esasperanti ridacchiavano tra loro. Stronzaggine, dite? Forse più un modo per esorcizzare una simile sofferenza, o una sorta di manifestazione di quello che diceva Susan Sontag quando parlava delle immagini di violenza trasmesse dai media: “[…] È difficile imbattersi in uno spazio consacrato alla serietà nella società moderna, il cui principale modello di spazio pubblico è rappresentato dal centro commerciale“. Tutto questo per dire che, nonostante quelle che forse erano le intenzioni del regista, secondo il mio modesto parere questo film non ha alcuna utilità sociale.

pagina-recensione-immagine-1

Land of Mine racconta uno spaccato della storia del Dopoguerra poco nota ai più. Dopo la resa della Germania, nel 1945 un gruppo di ragazzini tedeschi prigionieri di guerra viene portato nelle coste della Danimarca per disinnescare migliaia di mine piantate dai soldati di Hitler, di cui loro stessi facevano parte. Con un’istruzione sommaria, i ragazzini dovranno mettere in sicurezza la zona con le loro sole mani nude, supervisionati dal duro sergente Rasmussen (Roland Møller) che, pian piano, comincia a provare simpatia nei confronti di quella manciata di bambini condannati a una morte quasi certa.

pagina-recensione-immagine-2

Allora, Land of Mine è un film fatto molto bene, che ti cattura e ti lascia con il fiato sospeso fin dalle prime scene – e potrebbe essere altrimenti quando stai guardando dei bambini che rischiano di saltare in aria ogni 15 minuti? Dicevo, tecnicamente il film è buono, con un’ottima fotografia, una suspense gestita benissimo, tensione eccetera eccetera. Però, per quanto ben fatto, in Land of Mine c’è troppa sproporzione tra il voyeurismo e la sua giustificazione in termini di contenuti.

La riflessione proposta dal regista infatti è circa parecchio banale e già esposta in tutte le salse: non si addossano sui figli le responsabilità dei padri, tantomeno dei capi di Stato; in guerra ci andavano (e ci vanno) anche bambini “innocenti”; nella Germania e nell’esercito nazista c’erano persone né migliori né peggiori di tante altre e così via. Tutto il resto è una sofferenza che si aggrava in maniera quasi esponenziale: ragazzini (e cani) che saltano in aria, ragazzini picchiati, avvelenati con topicida e lasciati morire di fame. Le uniche scene “serene” mostrate nel film non fanno altro che rendere più difficile da guardare lo strazio che verrà dopo. Insomma, no.

pagina-recensione-immagine-3

Un conto è quando la sofferenza ha il fine di mostrare le molte sfaccettature dell’essere umano, approfondire una storia, proporre un punto di vista nuovo, provocare, un conto è quando questa eccede in modo inutile e ingiustificato. Da questo punto di vista, la cura della fotografia e la ricercatezza delle inquadrature rischiano di aggravare ulteriormente la situazione spettacolarizzando le morti e il dolore come solo al cinema facciamo così bene. Se andate a vedere il film, usciti dalla sala probabilmente penserete solo di essere felici di vivere nella vostra tranquilla Italia del XXI secolo.

VOTO: 5


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.