Brooklyn

Brooklyn ricorda un po’ The Danish Girl per il modo in cui il 21esimo secolo viene proiettato nel passato. L’esperienza di Eilis Lacey, giovane irlandese immigrata in America per costruirsi un futuro all’altezza delle sue aspettative, è esattamente come quella che viviamo noi, sfigatelli italiani del 2016, quando siamo costretti a trasferirci per studiare e cercare lavoro. Proprio come noi, anche Eilis parte alla ricerca di una strada che sia sua, con il desiderio e la capacità di mettersi in gioco (cosa non del tutto scontata per gli Anni ’50). Comunque, a differenza della modernità prepotente di The Danish Girl, questa qui è presentata in modo più delicato e credibile. Saorise Ronan applica un approccio molto più adatto al contesto rispetto a quello “femminista” di Alicia Vikander. Inoltre, in Brooklyn i temi universali delle vicende di Eilis non vanno  a soffocare la circostanza storica, come invece accade in The Danish Girl. Fatto questo raffronto, veniamo alla trama del film.

Eve Macklin as "Diana," Saoirse Ronan as "Eilis" and Emily Bett Rickards as "Patty" in BROOKLYN. Photo by Kerry Brown. © 2015 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

Siamo nel 1952. Eilis Lacey (Saoirse Ronan) è una ragazza di Ennischorthy, Irlanda, che lavora occasionalmente in un negozio gestito da un’odiosa vecchiaccia. Consapevole di non avere futuro nel suo Paese, Eilis parte verso Brooklyn incoraggiata da sua sorella Rose (Fiona Glascott), che le ha rimediato un lavoro grazie a un amico prete. Arrivata nel Nuovo Mondo, dopo alcune settimane di bruciante nostalgia, Eilis comincia ad adattarsi alla sua nuova vita: va a qualche festa, segue un corso da contabile e si trova un fidanzato (Emory Cohen). A causa della prematura morte di sua sorella, però, Eilis ritorna a casa per un breve periodo. Di nuovo in Irlanda, la ragazza si rende conto che le cose cominciano a girare molto meglio per lei e che anche qui potrebbe avere la vita che ha sempre desiderato. Eilis dovrà decidere una volta per tutte quale strada percorrere, se restare nella dolce ma arretrata terra natia o tornare nell’affollata modernità di Brooklyn.

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Dunque, il nuovo film di John Crowley è bello solido, tecnicamente irreprensibile e con una sceneggiatura in cui tutto torna al posto giusto. Dal punto di vista narrativo, l’unica pecca evidente è che fino a oltre metà film non si capisce bene dove il tutto voglia andare a parare. All’inizio, infatti, seguiamo le vicende di Eilis con curiosità, lasciandoci trasportare da un’avventura personale in cui i momenti “divertenti” (come il viaggio in nave e i siparietti delle coinquiline frivolette) si mescolano a situazioni fortemente empatiche, quali la nostalgia di casa e il senso di solitudine successivo al trasferimento. Il tema centrale di Brooklyn si sviluppa nell’ultima parte, dopo la morte della sorella Eilis, e riguarda unicamente una decisione della protagonista: un “restare o andare?” che non è più da casa verso il futuro (come all’inizio del film), ma dal passato verso casa – ormai Eilis è a tutti gli effetti una newyorkese.

2015, BROOKLYN

In Brooklyn il melodramma e la regia old-fashioned (un pelino scialba, a dire il vero) si mescolano a dei temi estremamente moderni. Come nei maggiori classici del genere, anche qui abbiamo elementi come la malattia, la morte, triangoli amorosi, matrimoni clandestini, romantici scambi epistolari e così via. In realtà, però, Eilis è una ragazza del XXI secolo più di quanto possa sembrare. A opporsi alla sua felicità non ci sono perfide megere, cognate invidiose o gravidanze fuori dal matrimonio, ma solo una valutazione personale dei fatti. L’invidiabile Eilis è libera di essere e fare esattamente ciò che desidera e alla fine deve solo capire quello che vuole dalla sua vita e metterlo in pratica. È lei, in effetti, a essere potenziale portatrice di sofferenza per le persone care, come una madre che rischia di rimanere sola e un ragazzo che potrebbe ritrovarsi abbandonato. Questo approccio è sì un po’ furbetto (è facilissimo rivedersi in Eilis, anche se spesso vorresti schiaffeggiarla) ma anche lecito e condivisibile. In ogni caso, considerando la modernità del fondo del film, a reggere il gioco è soprattutto Saoirse Ronan, che con la sua recitazione e la sua fisicità credibile impedisce il formarsi di contrasti eccessivi. In generale Brooklyn è un bel prodottino godibile che vi farà uscire dal cinema con un certo senso di gratificazione, simile a quello che si prova dopo un piacevole pisolino pomeridiano (a meno che i melodrammi non vi annoino ovviamente. In quel caso lasciate stare).

VOTO: 6,5 


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