The Danish Girl

Questo film l’ho dovuto riguardare un paio di volte perché non riuscivo a decidermi sulla recensione. La seconda, seduto sulle poltroncine del cinema accanto alla mia, c’era un gruppetto di canute 80enni particolarmente lanciate. Devo ammettere che all’inizio le nonnine mi hanno fatto temere… Speravo che si fossero informate bene sull’argomento di The Danish Girl prima di comprare il biglietto – avevo paura di dover passare due ore abbondanti ad ascoltare commentacci su “trans malati”, ddl Cirinnà e compagnia bella. Invece, mea culpa, le vecchiette sono state bravissime, e verso la fine quella vicino a me ha tirato fuori un fazzoletto e ci ha smocciolato dentro teneramente. Volevo quasi abbracciarla. Cosa c’entra questo con la recensione? Forse nulla, forse tutto. In ogni caso, non avrò mai più pregiudizi sulle over 60.

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Ispirato a una storia vera, The Danish Girl (di Tom Hooper) racconta le vicende di Gerda ed EinarWegener, una giovane coppia di pittori danesi che vive felicemente nella Copenaghen degli Anni ’20. A causa di un ritardo della modella, un giorno, la ritrattista Gerda (Alicia Vikander) chiede al marito (Eddie Redmayne) se può farle il favore di posare per lei con indosso un paio di scarpe e calze da ballerina. Gradualmente – visto anche il successo dei ritratti – Einar comincerà a posare vestito da donna sempre più spesso, e a presentarsi a feste ed eventi mondani nei panni Lili, una sua cugina inventata. Quello che è iniziato come un gioco, per il pittore e per sua moglie diverrà una faccenda molto seria: Einar farà sempre più difficoltà ad abbandonare i panni di Lili, fino a rendersi conto di essere sempre stato una donna, dentro di sé, e di non riuscire più a convivere con il suo corpo maschile.

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Allora, a me Tom Hooper come regista piace molto, però ragionando su questo film e sui suoi precedenti mi viene in mente che forse dovrebbe occuparsi di temi meno forti di quello di The Danish Girl. Con Il Discorso del Re devo dire che ci ha preso, mentre con Les Misérables, ad esempio, è stata dura vedermi le sdentate e brutte Fantine ed Eponine interpretate da gnocche di prima categoria – per quanto Anne Hataway sia riuscita a mascherare la cosa con una recitazione fantastica. Insomma, fammela vedere la miseria e lo strazio del libro di Hugo! Certo, sono questioni stilistiche e di genere (i fiocchetti di Les Misérables passavano bene soprattutto perché si tratta di un musical), però per me con The Danish Girltutto questo non ci sta.

Per l’intero film non ci si riesce a liberare di una certa sensazione di artificialità, un po’ per la modernizzazione a cui sembra essere stato sottoposto il tutto – lo sguardo sulla storia è nel bene e nel male il nostro sguardo, di gente del XXI secolo – un po’ per il lezio nella scenografia, nei costumi e negli sguardi cigliuti di Eddie Redmayne. Anche Alicia Vikander, seppur brava, non riesce a scrollarsi di dosso quell’attitudine da femminismo moderno, per non parlare della “pazzerella” ballerina Ulla (Amber Heard), un personaggio quasi caricaturale. L’impressione generale è che The Danish Girl manchi di coraggio (il full frontal ricercatissimo di 0,005 secondi di Redmayne non è certamente definibile coraggio) e che avrebbe potuto fare molto di più piuttosto che ribadire concetti che, per quanto elaborati e raccontati con uno storytelling corretto, rappresentano qualcosa che per noi è noto, quasi scontato: che l’amore è una faccenda complicata, ben oltre i dettami convenzionali di genere e di “parternship”, che i transessuali non sono deviati e che fa male lottare contro la propria natura.

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The Danish Girl sembra concentrasi quasi del tutto sui tormenti interiori dei due protagonisti; nonostante gli eccessi frequenti, Redmayne riesce anche abbastanza bene nella rappresentazione di quell’inguaribile sofferenza che richiede il cambiamento drastico caratteristico di coloro che non vivono bene con se stessi. Certe altre questioni, invece, sono inesistenti (o appena visibili). Mi riferisco, ad esempio, al riconoscimento legale della nuova “identità” di Lili (che nella realtà c’è stato) e soprattutto alla portata altamente rivoluzionaria del suo gesto. Dopotutto stiamo parlando di una persona che negli Anni ’20 si è fatta rimuovere il pene e ha tentato di farsi impiantare un utero nella speranza, in futuro, di avere dei figli.

A livello tecnico, The Danish Girl è indubbiamente pregevole ma senza quello slancio, quella provocazione in più, resta un prodotto smorfiosetto che si aggira pericolosamente intorno a quella fascia di film tipicamente strappalacrime/succhiaoscar/accalappiamasse che fa storcere il naso ai cinefili puri.

Voto: 6


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