The Hateful Eight

E’ inutile fare introduzioni al nuovo film di Quentin Tarantino. Sapete tutto, avete visto tutti i suoi film, avete letto duemila articoli a riguardo e sapete che la colonna sonora in realtà l’hanno scritta i Subsonica. Vediamo di iniziare subito a entrare nel merito cercando di capire sotto quale lente è giusto guardare The Hateful Eight.

Questo è un film voluto fortemente da QT, che passando per scazzi vari, revisioni di sceneggiatura e i mille problemi legati alla decisione di volerlo girare in 70 mm ha portato avanti il progetto a testa bassa senza scendere a compromessi e puntando dritto alla meta. Inoltre, vedendo la cosa con l’occhio dello spettatore medio, girare un altro western dopo Django Unchained poteva essere rischioso. Ma Tarantino di queste cose se ne frega e fa bene. Il suo è un cinema perfezionista, maniacale, attento ad ogni singolo dettaglio, dalla scelta del cast alla costruzione dell’immagine, al tipo di pentolino con il quale i personaggi devono farsi il caffè. E’ Tarantino, è il nerd più figo del pianeta e a noi piace così.

The Hateful Eight è un film difficile, il più difficile di QT, ma è un gran film.

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Tarantino torna nel West, dicevamo. Un West diverso da quello di Django, meno luminoso, meno cazzaro, con meno baracconate. E’ un West sporco, spietato e cattivo. H8 è un film pesante: si sente il peso della fatica dei cavalli che arrancano nella neve, il peso delle pelli e dei cappotti in cui sono avvolti i personaggi, la pesantezza dell’aria che si respira all’interno della locanda di Minnie e anche lo stufato di carne che mangiano per cena ci appare qualcosa di faticoso da buttare giù, come se anche le cose più piacevoli fossero faticosissime in quel fottuto West. E’ un disagio che Tarantino vuole trasmettere allo spettatore, per farlo avvicinare agli umori degli uomini che si muoveranno per tutta la durata del film sotto il solito tetto.

Messe queste basi, si passa all’azione e questo è ciò che rende H8 unico rispetto ai precedenti film di Tarantino: lo spazio limitato nel quale si svolgono i fatti rende il film una sorta di opera teatrale pulp, tutta giocata su dialoghi che seguono una parabola ascendente verso l’inevitabile esplosione di violenza. E’ la scena della taverna di Bastardi portata avanti per 2 ore e passa, potrebbero dire i detrattori. Questo è vero, ma solo in parte. Tarantino questa volta non fa un film per i fans, limita il giochetto delle citazioni (anzi, sembra voler consapevolmente ripetere i propri clichè all’infinito dandogli un nuovo significato) e si concentra solo sulla storia, utilizzando addirittura espedienti azzardati come l’uso della voce narrante fuori campo e la divisione in capitoli. La scrittura dei dialoghi assume questa volta un’importanza fondamentale come non si vedeva dai tempi de Le Iene e le parole pesano come macigni, sono pochissimi gli scambi di battute fini a se stessi, che possano piacere o meno le botte di nigger e bitch che escono a ripetizione dalla bocca dei personaggi.

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Mi piace pensare ad H8 come ad un lento, sanguinoso e spietato carosello, che ti avvolge nel suo abbraccio col passare dei minuti facendoti finire con un cappio al collo. Perchè, devo essere sincero, dei sottotesti sull’unità americana e sul problema razziale non me ne può fregar di meno. Sì, il messaggio è chiaro, c’è la lettera di Lincoln dal valore simbolico stratosferico e c’è Samuel L. Jackson rappresentante cazzuto di un’intera razza accerchiata dai bastardi bianchi, ma di Tarantino, personalmente, mi interessa altro.

Mi interessa per esempio la violenza e in H8 nonostante sia spesso “telefonata” è per la prima volta nella filmografia di QT ai limiti dello splatter. Ci sono denti che saltano, teste che esplodono, coltellate alla schiena, sboccate di sangue e impiccaggioni. Cose che danno soddisfazione ad un amante dell’horror come me. E la faccia insanguinata di Jennifer Jason Leigh è uno dei quadri più belli del film, insieme ai paesaggi innevati del primo capitolo. Insomma, H8 è un’allegra macchina da guerra, ma di quelle vecchie, fabbricate in Unione Sovietica, della quale senti i cigolii a 10 km di distanza.

Cosa c’è che non va? C’è che dopo più di 20 anni bisogna fermarsi un attimo a riflettere sul cinema di Tarantino e porsi due domande. E’ questo quello che davvero vogliamo vedere? Ci bastano Samuel L. Jackson che ripete una variante della scena del Big Kahuna Burger 5 o 6 volte e l’ennesimo stallo alla messicana? Ci basta QUESTO Tarantino o è doveroso aspettarsi qualcosa di più da un autore che ha dimostrato di saper essere il Numero Uno?

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The Hateful Eight alterna sequenze epiche e clamorose come quella del racconto di Samuel L. Jackson aBruce Dern, dove la differenza la fa Silent Night suonata al piano da Bob il Messicano in sottofondo (e qui, nell’azzeccare il dettaglio giusto per ogni situazione, Tarantino ti fa vedere che è il capo), ad altre un po’ stanche e addirittura sottotono come l’intero flashback che racconta dell’arrivo della diligenza di Jody (unChanning Tatum piuttosto impalpabile, unico insufficiente del cast) da Minnie, con strage annessa.

Nonostante la potenza dell’impatto finale dell’opera resti comunque notevole, è impossibile non rendersi conto dei momenti di effettiva stanchezza che attraversa il film. Un film nel quale Tarantino si dedica al cinema come mai si era dedicato prima, dimenticandosi però, a volte, che i giochetti di prestigio e la tecnica sopraffina a volte non bastano per raggiungere l’obiettivo. Il mio timore è che il cinema di Tarantino possa diventare come l’Arsenal di Wenger: bello, spettacolare, divertente e a tratti perfetto ma che alla lunga finisce per pagare la fatica e si lascia superare dall’avversario. Una volta QT non aveva rivali e dominava. Ora i rivali nel campo sono tanti, tantissimi, e la scelta resta tra il continuare imperterrito sulla strada del proprio stile, con i suoi clichè e i suoi meccanismi oliati ma vecchi, o cercare di dimostrare al mondo che può ancora stupire.

The Hateful Eight spacca. Ma adesso vogliamo vedere dell’altro.

Voto: 7


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