Joy

Nel gruppone dei film che hanno preso parte alla Oscar race, Joy di David O. Russell è quello che è stato più ricoperto di insulti. Questo non tanto per demeriti oggettivi del film, quanto piuttosto per il risentimento che buona parte della critica prova verso la coppia Jennifer Lawrence/O. Russell, che negli ultimi anni ha fatto sfaceli di premi e incassi riformattando in modo furbissimo il film paraculo. Cos’è il film paraculo? Bè basta guardare a Il Lato Positivo e American Hustle e un’idea ce la facciamo subito: sono opere che parlano di temi potenzialmente scorretti e scivolosi (l’infermità mentale, la corruzione americana) in modo leggerissimo e frivolo, stando tuttavia ben attente a non scivolare mai nel politically uncorrect e, anzi, rifugiandosi spesso in finali super concilianti della serie “e vissero felici e contenti abbuffandosi di tarallucci e vino”. Ora Jennifer e O. Russell sono tornati con un terzo filmetto (apparentemente) in linea con le opere precedenti e la critica è partita con il tiro alla pignatta. In realtà Joy è meno stupido di quello che sembra.

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Il film racconta la storia di Joy Mangano (Lawrence), l’inventrice del mocio per pulire per terra. La trama in effetti potrebbe ridursi a queste tre informazioni in croce, ma aggiungiamo qualche cosa in più sennò la recensione perde un po’ di armonia nella grafica. Joy vive a New York, è povera in canna, condivide la casa con la madre, la figlia e la nonna. In cantina, inoltre, c’è l’ex marito (Ramirez) che condivide la “stanza” con il burbero padre di Joy (De Niro). Un bel giorno Joy inventa il mocio per pulire casa e decide di farsi finanziare il progetto dalla nuova fidanzata di De Niro: sarà l’inizio di un’avventura dentro il capitalismo americano più stronzo.

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Allora diciamolo subito: Joy non è un capolavoro, forse non è neanche considerabile un “bel film”, di quelli belli crassi e completi che prendono tanti Oscar e tante recensioni da 3 stelline su 5, Joy non è neanche il miglior film di O. Russell (Three Kings rimane il suo piccolo masterpiece); tuttavia, Joy non è assolutamente la schifezza che sta venendo descritta in giro da recensioni distratte e prevenute. Il film sul mocio è interessante e, soprattutto, molto più coraggioso dei precedenti Il Lato Positivo e American Hustle per 3-4 motivi.

1. La famiglia tradizionale fa schifo fino in fondo. A differenza dei precedenti film di Russell (e del 98% dei film americani), la famiglia in Joy si rivela davvero una merda fino in fondo. Il personaggio di De Niro, in particolare, che all’inizio suscita simpatia, si rivela un vero squallido codardo. La famiglia tradizionale viene dunque descritta come un covo di vipere pronte a uccidersi tra loro, mentre una famiglia anomala (Joy e l’ex marito) funziona e si aiuta. Non era scontato.

2. Niente storiella d’amore. Sempre in contrapposizione con lo standard delle dramedy americane, in Joynon c’è la love story. O meglio, c’è un’inedita love story mancata tra Joy e il personaggio interpretato daBradley Cooper (interessante il suo CEO “triste” e anti-guru).

3. Lo squallore del capitalismo americano. Nonostante il film abbia un’impalcatura abbastanza favolistica (colori accesi e dreamy; poco realismo e tanto impressionismo fatato), la descrizione del capitalismo americano è particolare per il senso di squallore e disagio che riesce a infondere (Joy non raggiunge alcuna felicità alla fine del film, anzi). La scena delle televendite, tra moquette impolverate e colori spenti, descrive l’America meglio di tanti altri filmetti sul sogno ammeregano.

4. Soap-opera e scelte di regia. David O. Russell imposta regia e scenografia del film come se fosse una delle soap-opera che la madre di Joy guarda lobotomizzata alla televisione. Estetica del cinema e estetica trash-televisiva si fondono, riuscendo a rappresentare tutta la finta felicità del capitalismo e della televisione.

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Certo, Joy ha anche delle pecche. In particolare, il film diventa insostenibile quando si trasforma in un pistolotto neo-femminista iper corretto, con Jennifer Lawrence-amazzone che fa lo sguardo della tigre e comincia a schiacciare maschi a destra e a manca e a sparare sentenze come se si caricasse sulla schiena tutte le disuguaglianze uomo-donna della storia dell’umanità. In pratica, più propaganda istituzionale che cinema. Però, insomma, nel complesso, Joy è un film molto più interessante e coraggioso di quanto sembra, con decisamente più meriti che pecche. E poi Jennifer Lawrence, nonostante quella faccia da cuscino areostatico, è brava.

 

Voto: 6+


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