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Steve Jobs

Steve Jobs

Nel corso dei 3 atti in cui è suddiviso Steve Jobs (girato da Danny Boyle e sceneggiato da Aaron Sorkin), il protagonista ha sempre soltanto 10 minuti per parlare con il rompiscatole di turno che vuole qualcosa da lui e, ogni volta, si perde in chiacchiere infinite per cui non gli basterebbe neanche la DeLorean di Marty McFly. Ma sì, lo sappiamo. Il tempo nel cinema può essere gestito un po’ come si vuole. Questo stratagemma dei 10 minuti l’ho trovato comunque interessante perché, oltre a creare un senso di ansia e fretta nello spettatore, dà quell’idea di uomo importante incredibilmente busy che deve gestire 2000 cose in contemporanea e che viene bombardato di richieste nei momenti meno opportuni. (Che poi, chissà, magari Jobs la DeLorean Apple ce l’aveva davvero…).

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Dicevo, suddiviso in 3 parti girate in diversi formati (16 mm, 35 mm e digitale), Steve Jobs racconta di altrettanti momenti scottanti nella carriera dell’appassionato di dolcevita più famoso del mondo. Il primo di questi, è il lancio del Macintosh nel 1984, per cui Jobs verrà in seguito silurato dalla Apple, poi abbiamo il lancio del NeXTcube nel 1988 e, infine, il lancio dell’iMac nel 1998, destinato a condurre il suo ideatore al riscatto professionale. Il dietro le quinte di ciascuna presentazione viene utilizzato per dipingere un ritratto tanto professionale quanto personale dello stesso Jobs (Michael Fassbender), che conversando con collaboratori, parenti e amici ripercorre alcune tappe importanti della sua vita da genio visionario.

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Steve Jobs è un film estremamente teatrale, non solo per la sua suddivisione in atti ma anche per il modo in cui Boyle gestisce le singole scene. La musica, i tagli e la fotografia sono finalizzati a valorizzare (e talvolta a mascherare) il contenuto dei brillanti e quasi stordenti dialoghi di Sorkin. L’eccezionale regia di Boyle permette di trasformare delle scene potenzialmente soporifere – piene di discorsi burocratici/amministrativi e tecnici – in vere e proprie battaglie di conversazione in cui, naturalmente, a risultare vincitore è quasi sempre il personaggio di Steve Jobs, con il suo geniale cinismo che non può non ricordare quello di Sheldon Cooper. L’effetto di insieme è veramente impressionante e lo spettatore si ritrova indeciso su cosa ammirare di più, se l’innegabile bravura di Danny Boyle o la sceneggiatura di Sorkin, che ha scritto dei dialoghi tanto sagaci e impenetrabili quanto, francamente, un po’ vuoti e furbetti.

A livello tecnico, Steve Jobs è l’esempio perfetto che mostrerei in occasione di un convegno su come si gira, si scrive e si interpreta un buon film, per quanto la trama possa essere inutile e inconsistente. Già, perché la genialità delle scene proprio non ce la fa a mascherare il fatto che Steve Jobs poggia su dei contenuti terribilmente banali e al limite del credibile. Anche qua, per l’ennesima volta, abbiamo il classico geniaccio apparentemente anaffettivo e del tutto incapace di manifestare i propri sentimenti. Insomma, la solita solfa: l’ uomo totalmente immerso nel suo lavoro e nelle sue macchine – che adora quasi come se fossero figli – ma che dietro quella maschera di ghiaccio generalmente causata da esperienze passate di natura traumatica nasconde un animo e dei sentimenti veri. Infatti, verso la fine del film, viene fuori che il motivo per cui Jobs si comporta così è una sorta di complesso di abbandono di cui soffrirebbe fin da quando era piccolo – e causato dal fatto di essere stato adottato.

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Il vuoto di base di Steve Jobs in termini di contenuti emerge in modo particolare nella scena finale, ridicolmente buonista e quasi buttata lì, tanto per mettere un punto fermo. Alla fine della visione di Steve Jobs, probabilmente cercherete di mettere insieme i puntini alla ricerca di un filo conduttore che dia al film un significato o un tema originale che potrebbe esservi sfuggito, magari perché troppo impegnati ad apprezzare la scelta della suddivisione in atti, invece che la classica impostazione biografica caratteristica di questo genere di film. Io questo filo ho smesso di cercarlo dopo 10 minuti.

VOTO: 7–


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