The Revenant

Iniziamo la recensione facendo un punto sul dibattito più noioso che ha interessato il cinema negli ultimi mesi: Leonardo DiCaprio e l’Oscar. Allora, DiCaprio vincerà l’Oscar. Lo sanno anche i sassi. Lo vincerà per una serie di fattori riassumibili in: 1. Rivali debolissimi. 2. Carriera di perdente di lusso. 3. La prova fisica cui si è sottoposto per The Revenant, effettivamente notevole (diverso il discorso sull’interpretazione vera e propria, abbastanza nulla). Insomma, Leonardo DiCaprio avrà finalmente una statuetta e la gente smetterà sfracassare la minchia su Facebook con meme e GIF che non fanno ridere. Certo, l’attore dovrà evitare suicidi mediatici tipo fare dichiarazione di voto per Donald Trump o dire, come fatto da Charlotte Rampling, che boicottare gli Oscar è un gesto razzista verso i bianchi. Ma DiCaprio è anche un bravo diplomatico impegnato politicamente, quindi sicuramente eviterà di spararsi da solo e, insomma, vincerà l’Oscar. Andiamo al film.

rev1

La storia è abbastanza nota. Siamo nei primi del ‘800. Hugh Class (DiCaprio), con figlio indiano-meticcio al seguito, guida un gruppo di cacciatori di pelli americani tra le montagne del Missouri. Tra i cacciatori di pelli c’è anche Fitzgerald (Hardy), stronzo brontolone che soffre la leadership di Glass. Il gruppo sopravvive per miracolo ad un attacco di indiani e inizia il lento ritorno verso casa. In un momento di riposo Leonardo DiCaprio decide di andare da solo a caccia di cuccioli di orso e giustamente viene gonfiato come una zampogna da un’orsa, che lo riduce diciamo a una via di mezzo tra Nightmare e il Gesù di Mel Gibson. Leo però sopravvive e Fitzgerald pensa bene di seppellirlo vivo e uccidergli il figlio. Leo però non vuole proprio morire e, uscito dalla rudimentale tomba, medita vendetta. Ce la farà?

rev2

Allora facciamo un breve excursus critico-autoriale in stile Cahier du Cinema sull’Iñarritu “autore” prima di passare all’analisi del film.  Dopo la separazione dallo sceneggiatore Guillermo Arriaga, con il quale aveva girato la cosiddetta “trilogia della morte” (Amores Perros, 21 Grammi, Babel) – tre film accumunati dalla sceneggiatura intrecciata e da un patetismo tritapalle abbastanza grezzo -, il regista messicano ha dato vita ad una nuova trilogia, che si chiude idealmente con questo The Revenant. Con Biutiful, Birdman eRedivivo, infatti, il cinema di Iñarritu si concentra su figure maschili singole che sfidano un mondo ostile per non dire apocalittico. Figure maschili sole e disperate che si fanno delle gran sbatte e che hanno molti punti in comune con il Cristo della Passione. Ecco, questo è il background di The Revenant e questa è la sua collocazione “autoriale” nella carriera del regista messicano (poi vabbè si potrebbe aprire un intero dibattito sul fatto che Iñarritu sia considerabile un autore in senso stretto, ma evitiamo, perché verrebbe fuori che è solo un pessimo autore e comunque chissene).

Insomma, anche alla luce di questo percorso autoriale di Iñarritu, com’è The Revenant? Eh, è un po’ pasticciato. Tuttavia il film possiede una forza visiva tale che alla fine lo salva da tutte le pecche che si porta dietro. Il regista messicano unisce l’idea di cinema-epopea e sfida personale alla natura di Herzog(vedi Aguirre furore di Dio e Fitzcarraldo) e Coppola (Apocalypse Now) con il poeticismo new age dell’ultimo Malick, aggiungendovi il proprio marchio di fabbrica ossia dei piani sequenza finto-realistici mega sboroni e spettacolari. In mezzo c’è DiCaprio, ridotto a vero e proprio Gesù Cristo che compie la sua passione su un’ideale Golgota innevato. Tra i tanti problemucci del film (cali di ritmo, virtuosismi inutili, crudo realismo che cozza con scene non plausibili, scrittura del personaggio di DiCaprio pressoché inesistente), quello che forse più lo destabilizza è di essere follemente innamorato di se stesso e della storia della propria avventurosa lavorazione: quando vediamo il film, siamo più appassionati dall’idea che tutto ciò che vediamo è stato girato in luce naturale ed è stato fatto realmente che dalla storia di vendetta di Hugh Class. Il finale, con approdo ad un misticismo alla matriciana abbastanza caciarone, infine, non aiuta.

rev3

Però, però, però… e però tutti questi difetti alla fine vengono spazzati via dalla forza visiva e tecnica del film: sarà anche grezzo e sgangherato, ma The Revenant è innegabilmente un’esperienza visiva che non si dimentica. Con quel grandangolo esasperato che rende tutto così vertiginoso e sublime, il film di Iñarritu riesce a riportare la settima arte al livello di “esperienza” e questo, con buona pace della critica puzzona e biliosa, lo rende un film che rimarrà e che probabilmente diverrà un classico moderno. Insomma, in sintesi,The Revenant è come Alvaro Recoba: di base difettoso, incasinato, pasticcione e inaffidabile, ma che ogni tanto ti tira fuori quelle due/tre perle (vedi orso, cavallo volante, scazzottata finale) che ti fanno godere come un riccio ed entrano nella storia.

Voto: 7

 


Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.