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Regression

Regression

È triste quando ci sono tutte le premesse perché un film possa rivelarsi une bella esperienza cinematografica ma viene fuori che è una mezza (o una totale) schifezza, deludendo così le vostre grandi aspettative. È come se vi foste preparati tutta la settimana per una super serata e poi la finite in un posto talmente noioso che vi ritrovate seduti in un angolino con la testa china e gli occhi puntati verso lo schermo del cellulare. Così, vi rendete conto che lo scopo della vostra vita per quella settimana in realtà è stato una totale perdita di tempo. E vi sentite tristemente consapevoli del valore nullo delle vostre giornate…inutili e infelici…

Sto esagerando, vero? Comunque, mi è successa un po’ una cosa del genere con Regression, il nuovo thriller-psicologico di Alejandro Amenábar. Credevo potesse essere figo, invece è stata un’esperienza abbastanza frustrante. Eccovi la trama.

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Siamo negli anni ’90, in una piccola cittadina del Minnesota. Il detective Bruce Kenner (Ethan Hawke) si ritrova a investigare su un caso di violenza sessuale domestica ai danni di una ragazzina di 17 anni, Angela Gray (Emma Watson). Il fatto strano è che John Gray, il padre della ragazza, nonostante ammetta di essere colpevole, non sembra avere alcun ricordo di quei terribili eventi. Bruce, allora, chiede aiuto a un ipnoterapista di nome Raines (David Thewlis), che fa uso della controversa terapia della Regressione per riuscire a cavare fuori qualcosa dai recessi della mente di John. Padre e figlia dipingono un inquietante scenario fatto di riti satanici, sacrifici di bambini, violenze, fornicazioni e quant’altro. Gradualmente, Bruce Kenner si ritrova sempre più coinvolto da questo complicato caso, fino ad arrivare a temere per la sua stessa vita.

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Il ritorno del regista spagnolo Alejandro Amenábar dopo sei anni di pausa e, alle spalle, il successo di Apri gli occhi, The Others e Mare dentro, si è rivelato abbastanza deludente. Il tema della regressione, che qualcuno ha associato alla caduta di stile del regista rispetto ai suoi lavori precedenti, è presente anche nella struttura stessa del film. Regression è, infatti, una parabola discendente.

Man mano che procede verso la fine, si ha la sensazione che il film peggiori sempre di più, sia in termini di qualità che di credibilità. La forza espressiva delle atmosfere cupe (e assolutamente convincenti) con cui Amenábar dipinge la piccola cittadina statunitense in cui è ambientata la storia colpisce, all’inizio, e fa ben sperare. Così come fa ben sperare l’ottima fotografia e la falsa promessa di una trama avvincente, abilmente intessuta e movimentata da qualche stimolante colpo di scena. In Regression, in realtà, gli eventi non sono intrecciati a comporre una bella tela, ma ingarbugliati in una matassa informe strapazzata da un gatto sin troppo vivace.

La sceneggiatura del film è artificiosa, inutilmente complicata, al punto che il continuo tentativo di confondere lo spettatore ha l’esito di portarlo più rapidamente alla risoluzione del mistero che, oltretutto, a metà del film viene sbandierata di proposito allo spettatore. Le investigazioni di Bruce Kenner all’inizio sono portate avanti nel contesto di un tangibilissimo crimine dai tratti horror, successivamente vengono dirottate verso il misticismo e la pseudoscienza onirica. Il tutto si conclude tirando in ballo il tema del potere dei media, fonte indifferente delle peggiori isterie collettive. Ma già a metà film, anche a causa di alcune scene che sfiorano il ridicolo (che hanno come protagonisti degli effetti sonori un po’ sciocchini e un inquietante gatto assatanato), lo strapazzato spettatore di Regression comincia a perdere fiducia in quello che sta guardando.

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Bisogna comunque dire che l’idea di base di Amenábar è senz’altro interessante e il regista riesce a rappresentare molto bene il senso di crescente angoscia che prova il protagonista della storia, esacerbato da sogni inquietanti e dai “comportamenti sospetti” degli abitanti della cittadina. Tuttavia, la mediocre recitazione di Emma Watson, che interpreta un personaggio chiave per la risoluzione dell’enigma, non aiuta affatto. La performance un po’ spenta ma generalmente buona di Ethan Hawke è contrastata da quella asettica dell’ex star di Harry Potter, che non solo non è anagraficamente convincente (interpreta una ragazzina di 17 anni), ma è caratterizzata da inefficaci smorfie contrite e un’impersonalità che aggrava i problemi di sceneggiatura.

Insomma, no.

VOTO: 5,5 


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