Creed

Dalle mie parti si dice che del maiale non si butta via niente, per dire che non vi è nessuna parte dell’animale che non si possa cucinare o lavorare. Direte, gente strana questi piacentini. Però sono sicuro che ad Hollywood ci sia un detto simile riguardo al cinema. Se infatti c’è una cosa che bisogna ammettere è che gli sceneggiatori americani hanno la capacità straordinaria di saper spremere fino all’ultima goccia di cinema qualsiasi storia. Prendete una saga come quella di Rocky per esempio: a parte l’ultimo film del 2006 a dir poco “fantozziano”, nessuno avrebbe mai creduto che si sarebbe potuto tirar fuori più nulla di buono dall’universo Balboa. Ed invece no.

Ryan Coogler, regista e sceneggiatore di Creed, è riuscito nell’ardua impresa, sfornando un re-boot niente male. Più che ad uno spin-off, Creed assomiglia tanto ad un’operazione di ringiovanimento ben riuscita. Un film sul pugilato fatto come si deve, con tutto ciò che c’era di buono dei Rocky degli anni ’70 e senza il trash dei Rocky anni ’80. Non per altro la struttura stessa del film ricorda molto quella del primo capitolo della saga, tra tutti a mio avviso il miglior tra i film della serie. Il legame tra quest’ultimo capitolo ed il film d’esordio, datato 1976, emerge già chiaramente dalla struttura narrativa del film.

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Adonis (Michael B. Jordan), figlio illegittimo di Apollo Creed, non ha mai incontrato suo padre, morto sul ring poco prima che lui nascesse. Adottato dalla moglie di Apollo, dopo essere cresciuto in riformatorio, Adonis si barcamena tra un lavoro d’ufficio ed incontri clandestini di boxe. Deciso a dimostrare il proprio valore e stanco della vita all’ombra del cognome del padre, decide di andare a Philadelphia per convincere Rocky (Sylvester Stallone) ad allenarlo e a fare di lui un vero pugile. Lì incontrerà Bianca (Tessa Thompson), musicista della quale s’innamora e con la quale inizia una relazione. L’occasione del riscatto gli si presenterà quando, pur portando ufficialmente il cognome della madre, trapelerà la notizia che in realtà è il figlio del grande Apollo Creed.

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Nulla di nuovo sotto il sole insomma. Abbiamo un giovane pugile in cerca di un mentore che lo possa allenare ed iniziare così al mondo del pugilato professionistico. Abbiamo un pugile in pensione, disilluso e lontano dal ring ormai da tanto tempo. Aggiungeteci una figura femminile a supporto del protagonista e capirete bene che Creed non sembra altro che il primo Rocky trasposto nel nuovo millennio. Il merito diCreed sta nel fatto però che gli elementi ed i personaggi sono talmente ben sviluppati che poco importa se non vi sia nulla di cui stupirsi. Il regista non vuole sorprendere in nessun modo lo spettatore ma si preoccupa piuttosto di accompagnarlo nel mondo di Rocky, come farebbe una guida turistica con i visitatori di un museo. Il passato ed il presente si mescolano in continuazione creando una piacevole sensazione di déjà vu. La sceneggiatura gioca poi tra passato e presente, tra padri e figli, tra il nuovo ed il già visto.

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Ryan Coogler insieme a Michael B. Jordan, entrambi già in Fruitvale Station, sono riusciti quindi a riportare la saga di Rocky agli antichi fasti, non senza l’aiuto di un Sylvester Stallone in super spolvero. Stallone si muove nel mondo della boxe con la tranquillità che solo un veterano del cinema come lui può avere, portando con sé una vena d’ironia che ci ricorda che stiamo pur sempre guardando Rocky ed è meglio non prendersi mai troppo sul serio. In fondo una delle sue prime apparizioni al cinema era stata proprio in una commedia di Woody Allen, Il dittatore dello stato libero di Bananas, dove interpretava un energumeno della metropolitana di New York. Passati quarantacinque anni e decine di film, lo possiamo dire con certezza: senza Stallone e Rocky, il cinema sarebbe stato sicuramente più noioso.

VOTO: 6,5


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