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Hunger Games: Il Canto della Rivolta – Parte 2

È curioso come nella maggior parte dei film d’azione/avventura (e non solo) sia spesso molto facile capire chi morirà e quando si sta avvicinando il suo momento. Basta una scena particolarmente affettuosa o emotiva tra due personaggi, a maggior ragione se sono secondari, e subito ti viene da pensare “Ecco, uno di loro tra poco tira le cuoia”. E molto probabilmente sarà così. Possibile che non ci siano format meno ovvi per far dispiacere il pubblico per la morte di qualcuno?! (Domanda retorica, i format certamente ci sono.).

Comunque, concludo questa riflessione di più ampio respiro per parlare dell’ultimo capitolo della saga diHunger Games, Il canto della rivolta pt. 2, in cui sì, la cosa che ho scritto sopra capita eccome.

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I Distretti di Panem sono sul piede di guerra e Capitol fa sempre più difficoltà a contenere l’azione dei ribelli del 13. La bella Ghiandaia Imitatrice Katniss Everdeen, distrutta da ben due Hunger Games e dalle condizioni instabili del suo amico/amante Peeta Mellark, è decisa a sferrare il colpo finale contro i nemici. Nel film, la ragazza si unisce a un gruppo di alleati (di cui fanno parte anche Gale, Finnick e lo stesso Peeta) in una missione per liberare i cittadini di Capitol, mentre dentro di sé cova in segreto il piano di assassinare l’odiato Presidente Snow. Il gruppo deve affrontare una serie di pericolose trappole e insidie predisposte da Capitol per fermarli; man mano che la sconfitta del nemico diventa sempre più vicina, però, Katniss si rende conto di essere finita nel mezzo di un frustrante circolo vizioso e che, dopotutto, gli Hunger Games non sono mai finiti.

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Ormai si sa, i personaggi di Hunger Games sono carismatici, ci attraggono e coinvolgono, mentre gli attori sono più o meno tutti bravi o molto bravi; l’impatto visivo della saga, poi, è altissimo e fomentante. Insomma, tutto molto figo. Il canto della rivolta pt. 2, però, ha un grosso problema difficile da ignorare: il ritmo. Il nuovo film di Francis Lawrence soffre chiaramente della divisione in due dell’ultimo libro di Suzanne Collins, più di quanto non faccia la sua prima metà. Una divisione, peraltro, ingiustificata a livello narrativo.

L’inizio è molto faticoso, con tante scene riempitive che si sarebbero potute tranquillamente evitare, quando arriva la parte centrale (senz’altro la migliore) lo spettatore non riesce a individuare subito che quello è effettivamente il punto cruciale della storia. Nella seconda metà del film sopraggiungono invece nuovi rallentamenti, fino a una sorta di plot twist che dovrebbe rappresentare il culmine narrativo, immediatamente smorzato da tante ending alla “Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re”, che qui in effetti non ci appiccicavano nulla. Questi finali risultano noiosi perché non preceduti da un climax di tensione sempre crescente (come nel film di Peter Jackson) ma da un continuo su e giù di pathos. In generale, guardare questo film è un po’ come cercare di fumare una sigaretta rollata male, che continua a spegnersi da sola. La divisione tra pt. 1 e pt. 2 permette una caratterizzazione migliore dei personaggi, ma è a scapito dell’interesse dello spettatore e della struttura filmica. Se poi avete già letto i libri, i momenti di noia sono quasi assicurati.

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I primi due film di Hunger Games, in cui la forza drammatica dell’Arena era cinematograficamente molto efficace, sembrano un lontano ricordo. In effetti, è proprio la parte centrale, in cui i protagonisti si ritrovano in una sorta di Arena predisposta dagli strateghi nel bel mezzo di Capitol, quella che funziona meglio: scusate, Katniss e Peeta, ma sono proprio quegli Hunger Games che odiavate tanto ad aver reso i vostri crucci interessanti. A parte questa caduta nell’ultimo film, quella con Jennifer Lawrence resta la Young Adult distopica migliore in circolazione, di gran lunga avanti rispetto a Maze Runner e Divergent. La struttura circolare (gli Hunger Games sono finiti ma non lo sono mai per davvero) funziona, così come la resa dei protagonisti, degli antieroi che si muovono credibilmente in una storia che ha sì diverse ingenuità, ma è anche terribilmente accattivante. In sostanza, con Hunger Games: Il canto della rivolta – parte II si chiude una saga commercialissima e pompatissima ma che si tiene bene in piedi. Ora veniamo a J. Law.: la ragazza ha talento, è bella, simpatica, mattacchiona e ha quelle guanciotte gommose tanto tenerine, ma non è Julianne Moore (quel personaggio con gli occhi gialli che per tutto il tempo vorreste prendere per i capelli e lanciare via) e nemmeno il compianto Philip Seymour Hoffman, che con questo film ha chiuso per sempre la sua carriera. Le mitizzazioni della Lawrence che ho letto in giro in questi ultimi giorni mi sembrano giusto un tantinello esagerate, ma ne comprendo le ragioni. Quella de Il canto della rivolta pt. 2, comunque, non è nemmeno la sua interpretazione migliore.

VOTO: 6


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