Life

Life”, il nuovo film di Anton Corbijn, mi ha incuriosito fin dai primi trailer per via della presenza di Dane DeHaan nel ruolo di James Dean. Perché, in effetti, il ragazzo c’entra con il divo di “Gioventù Bruciata” come Michael Bay con un film senza bandiere americane. Tra l’altro, la sua prestazione si sottoponeva a un rischiosissimo confronto con quella di James Franco nel 2001, molto apprezzata. Eppure, avendo visto altri film con DeHaan come protagonista, ho trovato questa scelta piuttosto stranuccia anche insolitamente perfetta. Avevo abbastanza ragione.

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Girato da un fotografo successivamente approdato al Cinema, “Life” racconta un sottile spicchio della vita di James Dean a un passo dalla fama mondiale, poco prima del suo debutto come protagonista (anno 1955). In occasione di un party, un represso fotografo della Magnum chiamato Dennis Stock incontra “il signor nessuno” James “Jimmy” Dean, da cui resta immediatamente affascinato. Dopo aver visto un’anteprima de “La Valle dell’Eden”, Stock (aka Robert Pattinson) decide a tutti i costi di realizzare un servizio fotografico sull’attore, da proporre alla rivista “Life”. Nonostante la riluttanza di Dean – interprete appassionato ma anche insofferente alle restrizioni del mondo di Hollywood – alla fine Stock riesce a ottenere il suo servizio realizzandolo in gran parte nella città natale del divo, Marion (Indiana).

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Life” è un film da apprezzare sotto diversi punti di vista. Corbijn srotola in modo molto naturale una matassa di eventi accuratamente selezionati, in cui non ci sono sprechi e la retorica è ridotta al minimo indispensabile. Allo stesso modo è assente la spettacolarizzazione da due soldi: Stock non è dipinto come un geniaccio visionario della fotografia, ma come un impiegato frustrato che cerca di realizzarsi, mentre il successo del suo servizio su James Dean sembra frutto tanto del caso quanto di una cocciuta intuizione artistica. La rappresentazione degli U.S.A. degli Anni ’50 è attenta e priva di velleità nostalgiche – anche se non manca di un certo fascino. “Life” è chiaramente frutto di un interesse personale del regista che, come dicevamo prima, ha iniziato la sua carriera come fotografo. Il ruolo chiave della fotografia nel film, però, va dissotterrato sotto i grossi strati di carisma di Dane DeHaan con la sua interpretazione tanto bizzarra quanto magnetica e affascinante. Questo James Dean distrae troppo, mentre Pattinson e la sua prestazione piatta e pulitina non aiuta a risollevare il personaggio di Stock.

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Anche l’affiatamento tra i due protagonisti lascia a desiderare e durante il film ho avuto l’impressione di star guardando due corpi e due menti che recitassero monologhi per conto loro. Quel gran figo di DeHaan non sembra interpretare il personaggio ma più che altro assorbirlo vampirescamente, ai danni dell’approccio troppo scolastico del caro Pattinson. Il tormentato attore di “Twilight” questa volta non ha azzeccato la sceneggiatura dipingendo Stock in modo molto diverso rispetto a quanto descritto da alcuni dialoghi. Paradossalmente, sarei stata curiosa di vedere Pattinson e DeHaan provare a scambiarsi la parte. Punto negativo anche per il personaggio dello zio Warner (Ben Kingsley) che, dipinto in modo troppo parodico sembra una sorta di buffa macchietta.

In “Life” ci sono scene meglio riuscite di altre (alcune ricostruzioni delle celebri fotografie di Stock sembrano faticosamente tirate fuori con delle minuscole pinzette), ma nel complesso si tratta di un film godibile e una regia interessante naturalmente attentissima alla costruzione delle immagini. E poi DeHaan è un dono del cielo e fa un buon 33,333333333% del lavoro.

VOTO: 6++


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