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Fear The Walking Dead

Fear The Walking Dead

Dopo 6 episodi uno più brutto dell’altro, Fear the Walking Dead si è ritirata silenziosamente per lasciare spazio alla serie madre The Walking Dead, che nonostante alcune puntate lobotomizzanti mantiene una dignità che il suo amico spin-off si è dimenticato di assorbire insieme a parte del nome. L’idea di una serie secondaria a The Walking Dead ambientata in un arco temporale e in una città differenti (in questo caso una Los Angeles sporca e realistica) aveva un che di interessante: in parte per le infinite opportunità di far incrociare le due storie tra loro, in parte perché seguire un altro gruppo di personaggi poteva rivelarsi figo – soprattutto dal momento che le crisi esistenziali di Rick (il protagonista di The Walking Dead) e compagnia bella hanno cominciato a snervare gli spettatori due stagioni fa. Il problema è che gli sceneggiatori di “Fear the Walking Dead” – oltre a non avere alcun senso dei dialoghi – hanno creato una decina di personaggi principali tutti ridicoli e stereotipatissimi, e in una serie del genere sono proprio i personaggi a contare.

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Le premesse di Fear the Walking Dead sono le stesse della serie TV madre: una misteriosa epidemia che fa trasformare i morti in “zombi” assetati di sangue si diffonde in tutto il Pianeta, mentre un gruppo di familiari/amici/vicini di casa devono adattare la loro vita alle circostanze – e cercare di non farsi mangiare. Al centro di questa terribile serie di eventi ci sono le due famiglie del buon insegnante Travis Manawa (composte da moglie avvenente, ex moglie irritante, figlio naturale ribelle, figlio acquisito drogato e figlia acquisita studiosa) che insieme a un gruppo di ispanici loro alleati si ritrovano bloccate in una zona virus-free, recintata dai militari per fermare il contagio.

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La sceneggiatura della prima stagione di Fear the Walking Dead si può riassumere bene analizzando l’inizio del trailer: un marito di aspetto semi-attraente si solleva da sotto il lavandino della cucina e, dopo averlo riparato, dice alla bella mogliettina bionda “Ci ho fatto risparmiare 300 dollari”. Ecco, tutta la serie rispecchia questa pigrizia e sciatteria iniziale, per cui il modo di definire le caratteristiche di un personaggio è quello di dipingerlo mentre fa o dice la prima cosa banale e insulsa che ti viene in mente se sei statunitense. Tra i protagonisti di Fear the Walking Dead ci sono: un buon capofamiglia di natura gentile, onesto insegnante che si ritrova a fare da leader in una situazione di vita o di morte senza smarrire mai la strada della rettitudine (così schifosamente buono che non spara agli zombie); due madri/leonesse che farebbero di tutto pur di proteggere i loro cuccioli; dei militari che o sono degli stronzi fascisti oppure dei ragazzini ingenui e inconsapevoli; un gruppo di teenager, ciascuno con un diverso “problema da teenager”; una vergognosissima famiglia di ispanici dipinta in un modo che sfiora quasi il razzismo.

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La serie, forse, avrebbe potuto evitare la stroncatura netta se questi ultimi personaggi fossero stati dipinti in modo meno medievale. Basta pensare che, in punto di morte, la donna ispanica nel delirio comincia a snocciolare una serie incomprensibile di frasi in spagnolo che riguardano riti, religione, spiriti e altre cose inquietanti ma pittoresche. Un bel tocco di folclore, insomma. Con questo mix di personaggi, a cui si aggiunge anche qualche avvenimento buttato lì a caso – tra cui situazioni che si risolvono grazie a un nero con il senso degli affari apparso all’improvviso, aka il deus ex machina di turno – Fear the Walking Dead si rivela una serie scritta coi piedi, piena di cliché e intenzioni vagamente obamiane piuttosto mal riuscite. Meno male che almeno ci sono gli zombi.


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