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The Green Inferno

The Green Inferno

Feroce. Estremo. Aberrante. Inaccettabile (?). Efferato. Crudele. Con queste parole moderate il poster italiano di The Green Inferno ci introduce l’atteso film di quello scaltro paraculo di Eli Roth, che a sei anni dalla sua ultima regia (Hostel II) torna nelle sale rispolverando il cannibal movie. Presentato in vari festival già due anni fa ma senza riuscire a trovare uno straccio di distribuzione, The Green Inferno è stato salvato da quel benefattore di Jason Blum, uno che ci vede lungo, che ha deciso di puntarci facendo cominciare così il tam tam mediatico su un film dalla violenza incredibile, che sconvolgerà gli spettatori e che catapulterà Roth nell’Olimpo dei più violenti registi di tutti i tempi.

Tutte cazzate, ovviamente, così come costruite a tavolino sono probabilmente le notizie di spettatori che vomitano o svengono durante la visione. The Green Inferno è un film horror moderno, che segue tutti gli schemi dell’horror moderno ed è adatto alla proiezione in multisala. Ma trattasi di un film di Eli Roth che, lo si voglia o meno, è uno che fa sentire la sua impronta. Nel bene e nel male.

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La storia che Inferno racconta è molto semplice: Justine è una ricca ragazzotta del college (col padre che lavora per l’ONU), coinquilina di Sky Ferreira, che si lascia tirare in mezzo da un gruppo di ambientalisti un po’ retarded capitanati dal tenebroso Alejandro, il quale vuole organizzare una protesta shock nella foresta peruviana per fermare le ruspe che stanno abbattendo gli alberi e che andranno a distruggere l’ambiente nel quale vive da secoli una tribù che non ha mai avuto contatti con il popolo “civilizzato”.

I ragazzi partono per il Perù e mettono in scena la loro protesta incatenandosi agli alberi ecc ecc, ma sulla via del ritorno il piccolo aereo che li deve riportare a casa si schianta in mezzo alla foresta. I sopravvissuti vengono trovati dalla tribù che volevano salvare e portati nel loro villaggio. Justine & co. si renderanno presto conto che forse era meglio morire nell’incidente aereo.

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Per dare una valutazione oggettiva e sensata al film di Eli Roth bisogna avere un minimo di conoscenza dell’universo all’interno del quale Inferno si muove ed evitare di dare al film significati che non ha. Per questo trovo stupida e forse controproducente la continua campagna promozionale sulle atrocità inenarrabili presenti nel film, una mossa di marketing che può funzionare negli States ma che in Europa a mio avviso non ha molto senso. Whatever. The Green Inferno è Hostel nella foresta. Questo riassuntino scemo non si discosta molto dalla realtà: ci sono i ragazzotti ingenui ammeregani, c’è il Paese sconosciuto e lontano, c’è l’incontro poco felice con la popolazione del luogo, ci sono torture e violenza e c’è la moralina di fondo. No, non è Darfur di Uwe Boll, non è Cannibal HolocaustCannibal Ferox. Manca la componente documentaristica che faceva sembrare i film di Deodato e Lenzi a tratti degli snuff antropologici, manca l’elemento erotico e manca quel tocco “sporco” che ha reso unici i film italiani. Ma del buono c’è.

Le violenze e le scene agghiaccianti e aberranti (o esterrefanti, per citare una perla del web) non ci sono, ma ci sono alcune scene di sangue davvero ben fatte. Roth decide di giocarsi subito la sequenza migliore con la prima vittima della tribù: tutta la scena del ciccione bonaccione, al quale la sciamana strappa occhi e lingua per mangiarseli, che viene macellato (letteralmente) e cucinato al forno dopo minuziosa preparazione della carne, è davvero figa e tocca livelli di gore e crudeltà che al cinema non si vedevano da un po’ di tempo. E’ questa l’unica scena davvero forte del film. Il resto è ordinaria amministrazione, tra gole tagliate e formiche carnivore, colpi di machete e bastonate spezzaossa.

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Inserito all’interno del panorama horror attuale The Green Inferno è un film che convince per la capacità di abbracciare un pubblico vasto, regalando un intreccio e una storiella da seguire al pubblico generalista ma dando in pasto ai fans e agli amanti del genere qualche gustoso bocconcino al sangue da accompagnare a quel modo ironico e spesso scanzonato con il quale il regista del Massachussets gira tutto il film. Eli Roth è il Tarantino dell’horror. Con molti più limiti e difetti, chiaro, ma il suo modo di approcciarsi al genere è lo stesso del suo padrino: omaggiare e rielaborare, senza mai prendersi troppo sul serio ma con un’idea chiara e precisa su ciò che bisogna fare per realizzare un buon prodotto.

Soffermarsi a parlare dell’aspetto tecnico è inutile. Il lavoro maggiore fatto sull’immagine e sulla fotografia fatto in Hostel II manca, così come discutibilissima è la scelta del finale, con quella scena post credits che invece di mostrarci altro, atteso, sangue si perde in un inutile e stupido accenno ad un possibile sequel del quale non sentiamo il bisogno.

The Green Inferno è un buon ritorno per Eli Roth, un film che centra tutti gli obiettivi che un horror moderno e commerciale deve centrare: diverte, non annoia e mostra sangue e violenza a sufficienza. Popcorn, fidanzatino/a da limonare e coca cola abbinati a questo film possono essere gli elementi perfetti per una serata al cinema. Per le cose serie, intanto, c’è Sicario.

VOTO: 6,5


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