Everest

Leggere recensioni o articoli riguardanti film che non si ha ancora visto è a mio avviso cosa sbagliata e, il più delle volte, controproducente. Purtroppo alcune pellicole vengono lanciate con tal anticipo rispetto all’uscita nelle sale, e con tal veemenza mediatica, che è praticamente impossibile distogliere gli occhi e le orecchie dalla fanfara pubblicitaria che si scatena sui social.

Così è stato anche per Everest di Baltasar Kormákur. Presentato quest’anno a Venezia in anteprima, il film si è fatto tanta pubblicità negli ultimi mesi soprattutto grazie alla presenza nel cast di molte star, da Jake Gyllenhaal a Josh Brolin, passando per Keira Knightley fino ad arrivare ad Emily Watson. Un super cast che non ha fatto altro che aumentare le aspettative riguardo alla pellicola, sgonfiate malamente però dai fischi ricevuti dal pubblico e dalla critica in laguna. Stretto quindi da un lato dal il mio senso di ragno che mi ricordava come un super cast sia solitamente sinonimo di un super flop e, dall’altro, spinto dalla voglia di vedere una mega produzione americana schiantarsi sulle vette dell’Himalaya, ho deciso di vederci chiaro e capire se Everest fosse davvero tutta ‘sta ciofeca.

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Per chi ancora non lo sapesse il film racconta, in modo alquanto fedele, di una sfortunata spedizione del 1996 sul monte Everest, conclusasi tragicamente con la morte di otto escursionisti. Il gruppo, composto da scalatori professionisti e non, nel film deve affrontare non solo le difficoltà legate all’altitudine ma anche condizioni meteorologiche particolarmente avverse. Il tutto è condito da piccoli excursus sulla vita privata di ognuno degli scalatori, scelta registica ovviamente volta ad aumentare l’empatia degli spettatori nei riguardi dei personaggi. Un dipinto corale di un’esperienza decisamente fallimentare, senza un protagonista dominante. Si potrebbe perfino dire che Everest non abbia una trama vera e propria, se non il puro susseguirsi ordinato degli eventi durante la scalata, in una quasi perfetta mimesi con gli avvenimenti realmente verificatisi negli anni ’90.

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Cos’è che allora non convince di questo film? Il problema di Everest è che manca quello che è stato da sempre il marchio di fabbrica della filmografia sulla montagna: la poesia. Scordatevi Grido di pietra, scordatevi Sette anni in Tibet o Touching the Void. La montagna non è mai stata raccontata in modo così sterile e piatto come in Everest. Non c’è poesia nel film di Kormákur forse anche perché non vi è ormai più nulla di poetico nell’Everest. Si sa tutto di quella montagna e chi conosce appena un po’ l’alpinismo sa che la vetta più alta del mondo non è certo la più impervia da scalare. Non per altro ogni anno centinaia di alpinisti provetti si fanno catapultare da tutto il mondo al campo base ai piedi dell’Himalaya, lasciando al loro passaggio cumuli di escrementi ed immondizia. Ed è proprio dagli anni ’90 che l’immagine dell’Everest ha iniziato ad essere così stereotipata, nutrendo in qualche modo il mito per il quale chiunque abbia la volontà di farlo possa arrivare sul tetto del mondo.

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Con questo film è come se il regista abbia voluto fare l’ultimo passo verso la commercializzazione totale della montagna: portare lo spettatore comodo sulla sua poltrona da multisala a ottomila metri, senza alcun sforzo, senza alcun allenamento o alcuna preparazione atletica. Il sogno di tutti. Pagare il biglietto del cinema per poter fare quello che solo i grandi come Hillary o Messner hanno osato fare. Ma non c’è 3Dche tenga o effetto speciale che possa simulare quelle emozioni, non vi sono scorciatoie in montagna come non ci sono al cinema: per raccontare non bastano i soldi ma ci vuole una bella storia.

VOTO: 5


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