Quando c’era Marnie

Bene. Sappiate, cari fan dello Studio Ghibli, questo sarà probabilmente l’ultimo lungometraggio che avrete l’occasione di vedere per un bel po’ di tempo. Eh, sì. Con “Quando c’era Marnie” (in sala dal 24 al 26 agosto), la produzione ha deciso di rallentare nonché di chiudere l’era dei film in 2D animati a mano e spalancare le porte alla CGI – già impiegata in vario modo a partire da “Princess Mononoke”. Oh, asciugatevi le lacrime! D’altronde, nulla che esca da quello Studio può essere una schifezza (beh, magari eccetto “I Racconti di Terramare” e… Insomma, “Nausicaa” lascia un po’ a desiderare ma resta comunque guardabile). In ogni caso è bene non farsi spaventare dalla novità ma accoglierla con la dovuta apertura mentale (Suono credibile? O si percepisce la sottile angoscia isterica che tormenta anche me?). Comunque ripigliamoci, mettiamo da parte i fazzoletti e diciamo addio a un’epoca parlando di questo nuovo (ultimo) film girato da Hiromasa Yonebayashi e tratto dall’omonimo romanzo per bambini della scrittrice britannica Joan G. Robinson: “Quando c’era Marnie”.

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Anna è una ragazzina solitaria e socialmente problematica che vive con la sua madre adottiva e si sente fuori posto nel mondo. Per di più ha l’asma e gli occhi blu, cosa che la rende ancora più outsider in mezzo agli altri giapponesi. La madre della poveretta, su consiglio del medico, decide di mandarla a trascorrere l’estate in un villaggio dell’Hokkaido, da alcuni parenti. Lì, Anna passa il suo tempo a disegnare e a vagare da sola per gli acquitrini. Almeno finché non incontra la bionda Marnie, con cui stringe subito una profonda e segreta amicizia. Ma Marnie nasconde un segreto: sembra comparire soltanto in certi momenti della giornata e non potersi allontanare dalla grande villa in cui vive. Un giorno Anna scopre il diario della sua grande amica che, oltre a essere molto vecchio, racchiude anche alcune sconcertanti verità…

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Quando c’era Marnie” è un film pesantuccio, che scorre lentamente e richiede una certa pazienza e predisposizione emotiva. Per quanto mi riguarda, non è un film per bambini e questo può essere un problema, nonché il sintomo di un cambio di rotta. Fino a “Si Alza il Vento” (2013), i lungometraggi del Ghibli sono sempre stati impegnati, ma i loro ritmi, gli elementi magici e avventurosi li hanno generalmente resi gestibili anche da un pubblico più giovane. Adesso sembra non essere più così. – Oh, poi magari a vostro figlio questo film piace anche, se lo portate a vederlo. Però poi fatevi due domande e chiedetevi se forse non abbia la sensibilità di un 40enne. – Ci piace o non ci piace questa virata? A me fa un po’ storcere il naso, e temo che il Ghibli stia perdendo la capacità di parlare ai ragazzini e soprattutto di salvarli da “Big Hero 6”, “Frozen” e tutte le altre schifezze propinate dalla Disney. Ma forse è ancora troppo presto per dirlo. Non fraintendetemi. Il film non è brutto, tutt’altro: è delicato, elegante, profondo e, soprattutto, è vero. Sì, perché Anna è una bambina vera, con problemi, angosce, tormenti e altre cose pesanti che anche i bambini hanno, per quanto gli adulti (e la Disney, con i suoi ragazzini patinati tutti “sole-cuore-amore”) questa cosa facciano finta di non vederla. In effetti, per il concetto di “bambino” che sembra essersi diffuso, Anna dovrebbe essere una specie di matta da rinchiudere in manicomio: non sorride mai, insulta la gente a caso ed è praticamente innamorata di un’inquietante bambina fantasma quasi più squilibrata di lei. Sì, è un gran bel personaggio.

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. A parte questo, quella di “Quando c’era Marnie” è una storia catartica fatta di momenti quotidiani, resi talmente bene da risultare quasi tangibili, e di momenti onirici piuttosto mind-blowing che strizzano l’occhio al buon vecchio Freud. È un bel film, non è all’altezza di “Princess Mononoke”, “La Città Incantata” o l’ultimissimo “La storia della principessa splendente” ma si difende bene. Poi fatemi sapere che ne pensa vostro figlio.

VOTO: 7


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