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Ex Machina

Ex Machina

Tra un Eurogruppo e l’altro, decido che in fondo di politica europea per questo mese ne ho avuto abbastanza. Spengo televisore e radio, taro l’aria condizionata su mode “cella frigorifera” e mi sparo Ex-machina, nuovo tassello della mai troppo satura filmografia riguardo androidi ed intelligenze artificiali. Alla regia Alex Garland, al suo debutto assoluto dietro alla cinepresa, ma già noto ai più per il suo lavoro di sceneggiatore e scrittore ad Hollywood. Suo il romanzo The beach, suoi gli screenplay di alcuni tra i film più famosi di Danny Boyle, come Sunshine e 28 giorni dopo. Più che un vero e proprio film di fantascienza, Ex-machina si presenta come un thriller psicologico dalle sfumature dark, che prova a far convivere due nobili propositi: primo, porre i quesiti propri della migliore tradizione fantascientifica e, secondo, cercare di guadare alla questione della tecnologia ai giorni nostri sotto un punto di vista nuovo. Una combinazione d’intenti a mio avviso alquanto difficile da raggiungere, almeno al giorno d’oggi, abituati ormai come siamo a prodotti alla Black Mirror. Ma si sa, una chance non si nega a nessuno.

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Caleb (Domhnall Gleeson), giovane programmatore di computer, vince una lotteria interna alla multinazionale per il quale lavora. Premio, la possibilità di passare una settimana in compagnia del proprio amministratore delegato, mega-Tycoon del web (Oscar Isaac). Tuttavia, trasportato via elicottero presso la remota dimora del suo principale, Caleb scoprirà presto di essere stato scelto, e non estratto a sorte, per completare un oscuro esperimento riguardo ad un nuovo modello di intelligenza artificiale, Ava (Alicia Vikander). Alla base della ricerca, la necessità di comprendere se Ava sia in grado o meno di riprodurre naturalmente il pensiero umano e non solo di simularlo. Le cose però non andranno come previsto e le relazioni che si instaureranno tra i protagonisti complicheranno il tutto, portando ad un finale esplosivo.

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Ad un primo impatto il film colpisce positivamente. Saranno le montagne norvegesi dove il film è stato in parte girato che mi fanno dimenticare l’afa soffocante, sarà anche che la Vikander nei panni dell’automa fa la sua porca figura, ma in ogni caso, la pellicola inizia col piede giusto. Unico neo, quello che non ti aspetti: il personaggio di Isaac, il padre dell’intelligenza artificiale. Nei piani del regista sarebbe dovuto probabilmente apparire come la versione post-moderna del Tyrell di Blade Runner. In realtà, l’attore americano che tanto bene aveva fatto con i fratelli Cohen, non fa altro che trascinarsi tutto il tempo per il set, fingendo di essere perennemente ubriaco e, soprattutto, di avere un super quoziente intellettivo. La sua presenza diviene con il passare del tempo persino irritante e, dall’interpretazione sciatta del quale da prova in molte scene, mi chiedo se davvero Isaac avesse voglia di partecipare a questo progetto. Il suo personaggio scimmiotta in qualche modo i vari Zuckerberg, Jobs e compagnia bella, e l’unico risultato che ottiene è farmi odiare, più di quanto già non odi, facebook ed apple. Decido di non farci caso e mi focalizzo sull’intreccio psicologico che si sviluppa tra Ava e Caleb. Ma purtroppo, anche su questo versante, passano pochi minuti e mi accorgo che tutto è inutile. La trama si sviluppa con un rigore paradossale e tutto diventa facilmente prevedibile. Le buoni soluzioni visive scelte dal regista aiutano a rimanere agganciati alla storia, ma dopo nemmeno venti minuti sto già controllando sul mio smartphone la news room della commissione europea. In fondo, quello sì che è un thriller.

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Insomma, tanto per essere chiari, c’è da dire che il peccato originale di questa pellicola è semplicemente il non brillare per originalità. Come molti altri film di fantascienza sfornati in questi ultimi anni, la pellicola ripercorre pedissequamente tematiche già trattate, senza peraltro riuscire ad aggiungere nulla di nuovo al tutto. Nulla che Ridley Scott o Kubrick non avessero già mostrato e nulla che Philip Dick non avesse già scritto al riguardo. La relazione inventore-automa trasposta su quella padre-figlio, la creazione da parte delle A.I. di una propria coscienza, con conseguente nascita di una volontà di sopravvivere allo spegnimento, suonano tutte come soluzioni di una narrazione già sentita e già vista. Ed il risultato finale è davvero lontano dalle impressioni iniziali. Mazzata finale, nonostante dal punta di vista formale il regista ci provi, Ex-machina manca di una potenza visiva nel senso fantascientifico del termine. Cioè della capacità di creare un immaginario credibile da trasporre nel futuro. Il futuro inizia oggi direbbe Matteo Renzi.

Ma se la fantascienza è già oggi, beh allora che ci sta a fare?

VOTO: 5,5


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