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Il Libro della Vita

Il Libro della Vita

Devo dire che i primi 5 minuti de Il libro della vita mi hanno messo paura. Mi hanno messo paura perché mi hanno subito fatto pensare di aver appena cominciato uno di quei film di animazione in cui pupazzoni grotteschi, storyline prevedibile e dialoghi mediocri fanno da padroni indiscussi, per una comicità che forse avrebbe fatto sorridere i ragazzini di due generazioni fa, ma neanche. Una scolaresca di bambini vagamente stereotipati (e annoiatissimi) va a visitare un museo in occasione del giorno dei morti messicano, ma viene affidata a una guida che ha in serbo per loro qualcosa di speciale e bla bla bla… Invece, sorpresa! (E sollievo). Questa è soltanto una cornice, un po’ superflua e potenzialmente rimpiazzabile, in cui si colloca una storia che è invece molto interessante e ben gestita.

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I veri protagonisti del film, infatti, sono i messicani Manolo, Joaquin e Maria. Tre amici di infanzia su cui Muerte e il suo rivale/amante Xibalba fanno una scommessa: per la prima sarà il puro Manolo a conquistare il cuore della piccola Maria, per il secondo sarà invece il furbo Joaquin a convolare a nozze con la fanciulla. La prima metà del film racconta la crescita dei due ragazzini, uno costretto a diventare un torero dalle aspettative della sua famiglia, l’altro cresciuto come “eroe della città”, e del loro corteggiamento nei confronti della ragazza – diventata alla fine una figacciona tosta ed emancipata. La seconda parte invece è completamente incentrata su Manolo (vero amore di Maria), e trasforma il film in una più classica – e più disneyana – “avventura dell’eroe”. Xibalba inganna il ragazzo facendogli credere che la sua amata sia morta e convincendolo quindi a “suicidarsi” per stare con lei, in una storyline che strizza palesemente l’occhio a Romeo e Giulietta. Il protagonista è così costretto ad affrontare un viaggio nei due mondi dell’oltretomba (quello dei “ricordati” e quello dei “dimenticati”) per vincere una seconda scommessa fatta con Xibalba e ricongiungersi con l’amata, il tutto mentre la loro città natale viene attaccata da un gruppo di banditi.

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Il regista  in questo film mette moltissima carne al fuoco, e tratta tutti gli elementi in modo rischioso ma soddisfacente e senza perdersi i pezzi per strada: dalla critica sociale alla corrida (il cui culmine è rappresentato da una scena visivamente meravigliosa, verso la fine del film), all’importanza di essere sé stessi, al rapporto dei messicani con la morte. Riuscire poi a gestire bene tre ambientazioni diverse in poco più di un’ora e mezza non è affatto facile, e Gutiérrez lo fa con una buona disinvoltura. D’altra parte però il film ha degli importanti difetti di sceneggiatura, che troppo spesso porta avanti dei dialoghi piuttosto deboli e stucchevolmente children-oriented, e che incentra tutta la parte finale della storia su un gruppo di banditi poco convincenti rispetto alla magnificenza dello spaccato nel mondo dei morti. Visivamente, comunque, Il libro della vita è strepitoso e animato molto bene. La sovrabbondanza di dettagli è quasi psichedelica ma ci sta tutta e merita una visione su grande schermo. I paesaggi desolati alla Salvador Dalì, poi, rappresentano un buon intermezzo che aiuta l’occhio a riposarsi dalla “barocchità” della maggior parte delle scene. Anche le citazioni a Hercules e Aladdin della Disney – a cui Gutiérrez ha lavorato – non stonano e possono risultare apprezzabili, così come l’ispirazione di base evidentemente “burtoniana”.

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In definitiva, il regista debutta nel mondo dei lungometraggi con un film completo, in cui mitologia e cultura pop si amalgamano bene con un sottotesto morale non del tutto originale ma apprezzabile. Infine, un messaggio a Gutiérrez, Del Toro o chiunque sia responsabile di quello scempio finale: ci siamo rotti dei film di animazione che terminano con la gente che canta e che balla!

VOTO: 7,5


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