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La Regola del Gioco

La Regola del Gioco

Giornalismo d’inchiesta, droga e servizi segreti. Sembra che Kill the messenger (La regola del gioco) arrivi nelle sale italiane con tutte le carte in regola per diventare un film di successo tra gli amanti del giornalismo d’inchiesta e dei complotti. Certo, le pecche non mancano, ma con una certa astuzia Michael Cuesta non ha voluto strafare, decidendo di mettersi in scia ai grandi capolavori del genere, in primis Tutti gli uomini del presidente, e portando a casa in ogni caso un prodotto del tutto gradevole. Un altro merito del regista newyorkese è sicuramente l’aver voluto gettare nuovamente luce su un’inchiesta giornalistica che, al momento della sua uscita negli anni ’90, non ricevette la dovuta attenzione dalle testate internazionali. Parlo dell’inchiesta scritta e poi pubblicata da Gary Webb nel 1998 dal titolo Dark Alliance, riguardante i legami segreti intrattenuti durante la presidenza Reagan dalla Cia con alcuni narcotrafficanti sudamericani. Gary Webb, giornalista investigativo statunitense, fu lanciato alla ribalta nel 1989 grazie al suo lavoro da inviato in California nel post-terremoto di Loma Prieta, evento mediatico biblico dal punto di vista televisivo negli gli Stati Uniti, essendo stato il primo terremoto mai ripreso in diretta nella storia della televisione a stelle e strisce. Il lavoro sul campo in quella occasione fruttò a Webb il premio Pulitzer l’anno successivo.

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Kill the messenger ripercorre, in modo alquanto fedele, le tappe che portarono Gary Webb ha svelare uno dei segreti più oscuri della Guerra Fredda. Ad interpretare il giornalista americano ci pensa uno sfavillante Jeremy Renner, per la prima volta anche nel ruolo di produttore della pellicola. Tutto ha inizio, come da copione, da una soffiata. Il narcotrafficante Oscar Danilo Blandòn, sotto processo con l’accusa di traffico internazionale di stupefacenti, fa recapitare al protagonista materiale scottante che rivelerebbe il ruolo attivo tenuto dai servizi segreti americani nel commercio di cocaina nel paese. Da buon segugio qual è, Webb non si tira indietro e comincia ad assemblare i tasselli di un puzzle complesso, fatto di agenti segreti, morti ed omertà. Una volta scoperchiato il vaso di Pandora e pubblicata l’inchiesta Dark Alliance, nonostante gli alti riconoscimenti ricevuti dalla comunità giornalistica nazionale, comincerà per Webb un lento processo di marginalizzazione e declino professionale.

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Fermi un secondo, per dare l’idea: siamo negli anni ’90, alla guida della più grande democrazia del mondo c’è il presidente democratico Bill Clinton, già famoso allora in America più per i suoi passatempi erotici che per le sue politiche neoliberiste. La guerra al comunismo sembra ormai un ricordo lontano e con essa sembrano distanti anche i fantasmi di quarant’anni di guerra al comunismo. Alla Cia, con l’arrivo dei democratici e con la caduta del muro di Berlino, la vecchia guardia reaganiana è stata messa alla porta. Gli americani vorrebbero così chiudere in fretta e furia un capitolo oscuro della propria storia, ora che l’Unione Sovietica non è più un pericolo reale e ora che il futuro, fatto di prosperità, benessere e globalizzazione, è ad un passo. Come pensate allora che possano averla presa le istituzioni governative alla vista della pubblicazione di un’inchiesta che, udite udite, metteva in discussione l’equazione propinata fino ad allora all’opinione pubblica mondiale Usa = buoni, Urss = cattivi? Ovviamente non bene.

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In definitiva, senza brillare per originalità, Kill the messenger riesce comunque ad appassionare lo spettatore, rassicurato com’è per tutta la durata della pellicola dal ricorso intensivo a topos cinematografici di genere, come l’infuocata riunione di redazione, i fascicoli top-secret o i pedinamenti furtivi. Forse sarebbe stato opportuno lasciarsi un po’ andare alla fantasia a discapito della veridicità della storia biografica del protagonista, ma probabilmente l’obbiettivo finale della produzione era proprio quello di far riflettere sulla reale portata del lavoro svolto da un grande giornalista, troppo in fretta dimenticato dai più. Non per altro, la realtà non è meno cruda della finzione. Nel 2004, Gary Webb è stato trovato morto nella sua abitazione in California con due colpi di fucile alla testa. Il caso è stato archiviato dalla polizia come suicidio. Pochi ne hanno dato notizia, molti hanno fatto notare quanto sia difficile spararsi al volto con una pallottola già nel cranio. A voi, amanti del complotto, l’ardua sentenza.

VOTO: 6


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