Leviathan

L’8 maggio scorso, nelle strade di Mosca, si è festeggiato il settantesimo anniversario per fine della Seconda Guerra Mondiale. Per l’occasione, lo Zar Vladimir ha voluto mettere in mostra al mondo intero l’arsenale militare russo al gran completo, mettendo in chiaro che, se nessuno se ne fosse ancora accorto, l’Unione Sovietica sarà pur scomparsa, ma la potenza e l’orgoglio della nazione russa è rimasto immutato. Perché ci sono cose che anche con il passare del tempo non cambiano, ed il potere è sicuramente una di quelle. Proprio di potere parla l’ultimo film di Andrei Zvyagintsev, Leviathan.

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Kolia, ex-militare russo, vive con la compagna ed il figlio in una bella casa sulla scogliera nel nord del paese. La stabilità della famiglia è minacciata però dalle mire criminali del sindaco della città, che vuole ad ogni costo rilevare la proprietà sul quale sorge la dimora del protagonista, per poter così poi realizzare una speculazione edilizia. Dimitri, avvocato moscovita, amico di Kolia, cercherà di impedire che il piano criminale si realizzi.

In ogni caso, il film è di notevole fattura. La potenza visiva della periferia Russa, lontana anni luce dai fasti megalomani del suo presidente, e il grande lavoro di recitazione degli attori, rendono estremamente piacevole la visione della pellicola. Tuttavia, il film sembra come preoccuparsi più di trovare nuove sfighe da lanciare contro i propri personaggi, piuttosto che tentare di costruire le basi di un coinvolgimento emotivo necessario allo spettatore per potersi immedesimare con la vicenda. In chi guarda, l’emozione predominante che emerge è l’apatia. Anche di fronte alla corruzione più sfacciata, di fronte alla violenza, di fronte alla tragedia di un padre inghiottito dalle istituzioni senza alcuna colpa, tutto rimane abbastanza piatto.

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Tutto passa sullo schermo e noi rimaniamo lì, come appunto rimaniamo lì a guardare i barconi di migranti ad affondare senza muovere un dito, seduti comodi sui nostri divani incollati alla televisione. Non vi è coinvolgimento perché, che sia cinema o che sia televisione, non importa il cosa ma il come. La narrazione è tutto, ancor di più se il male in questione non è un macellaio con una mannaia insanguinata in mano ma un’idea astratta alla base del patto che regola la convivenza civile. In realtà il potere in sé e per sé non ha un volto e non ha un nome, e proprio per questo a mio avviso l’autore di Leviathan fallisce, perché non riesce, o forse non vuole, definirne i lineamenti e renderlo riconoscibile allo spettatore. Qualcuno dirà che in Russia il potere un volto ce l’ha eccome ed è quello botulinato di Vladimir Putin, tronfio di fronte alla sfilata dell’armata russa nella piazza del Cremlino. Ma come giustamente sembra dire Zvyagintsev, in una bella scena con i ritratti d’ufficio degli ex-presidenti russi, o lui o un altro, che differenza fa?

VOTO: 7


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