Kurt Cobain: Montage of Heck

C’è una scena nel film che lascia per un attimo senza respiro: ci sono Kurt e Courtney strafatti in una stanza di casa loro, disordinata, che si abbracciano e cazzeggiano, vagando uno attaccato all’altra, scherzando e cantando una canzoncina ridicola alla telecamera che li riprende. Sono giovani, sono innamorati, sono drogati e sono felici. Questo scorcio della vita privata di Cobain fa male perchè non siamo di fronte ad un ragazzino di 18 anni con la testa fuori posto, quella che stiamo vedendo sullo schermo è la più grande rock star sulla faccia della Terra. Fa male perchè a lui, il cantante dei Nirvana, non frega un cazzo della fama, delle attenzioni, delle copertine delle riviste. Per Kurt Cobain la felicità è stare in casa, lontano da tutti, a dipingere, scrivere canzoni e drogarsi con l’amore della sua vita. Questo era Kurt Cobain.

Brett Morgen lo sa e cerca di mostrarcelo in questo Montage of Heck, documentario fiume, per il quale ha potuto usufruire per la prima volta di materiale inedito e privato in possesso dei parenti di Cobain e di Courtney Love, i quali compaiono nel film raccontando di tutto e di più sul compianto Kurt. La Love inoltre è anche co-produttrice del documentario (insieme alla HBO) e questo è un elemento da non sottovalutare nell’analisi del film. Ma andiamo con ordine.

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Non era facile riuscire a fare un ritratto onesto e sincero di una figura così complessa come quella di Kurt Cobain. L’operazione in sè partiva già con l’handicap di poter sembrare a tutti quelli che hanno amato Cobain sia come artista che come persona(ggio) una contraddizione: è giusto realizzare un documentario così intimo, così dettagliato e a tratti invadente sulla vita di un uomo che ha sempre cercato in tutti i modi di tenersi lontano dagli occhi del mondo? Montage of Heck è riuscito a commuovermi, a farmi sorridere, a farmi stare male e a farmi provare vero e proprio fastidio in alcuni momenti. Morgen usa in maniera perfetta il materiale che ha disposizione, ripercorrendo la vita di Kurt dalla nascita fino al culmine della sua crisi che lo porterà al suicidio nell’aprile del ’94. Bene fa il regista a fermarsi prima della morte, stoppando il tempo al 18 novembre del 1993, giornata in cui venne registrato il famoso Unplugged dei Nirvana per MTV.

Accanto alle testimonianze dei genitori, della sorella, della prima fidanzata, di Krist Novoselic e della Love, Morgen sistema delle animazioni che prendono spunto dai disegni e dai dipinti di Cobain, riuscendo in questo modo a sfruttare anche le numerose registrazioni audio e le pagine del diario del cantante. Le animazioni, che spaziano dal cartone animato narrativo classico a cose più grottesche e surreali, sono forse la cosa più bella del film e ciò per cui Morgen si merita un sentito applauso. Male invece l’approccio del regista ai momenti più drammatici della vita di Kurt: l’enfasi con cui cerca di drammatizzare tutto, inserendo spesso cover insostenibili di pezzi dei Nirvana in versione eterea o supertriste (realizzati a quanto pare da tal Jeff Danna) vanno a cozzare con la naturalezza dei filmati di archivio, da quelli del piccolo Kurt a quelli del Kurt adolescente.

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Tutta la parte dedicata in maniera più stretta ai Nirvana è una figata. Spezzoni di concerti, di dietro alle quinte, interviste inedite, testimonianze video del primo tour, alcol, chitarre spaccate, furgoni, pogo, casino. Il documentario riesce a riassumere in maniera perfetta l’impatto che i Nirvana ebbero sul mondo della musica e su tutti i giovani nei primi ’90. Le urla di rabbia di Cobain dalla sala prove erano arrivate sugli schermi di MTV, che fino ad allora aveva eretto a massimi rappresentanti della musica alternativa quei Guns’n’Roses che cantavano di figa, motori e cagate e che vengono spesso presi per il culo da Kurt durante il film.

La musica, la musica prima di tutto. Questo è il concetto espresso da Kurt più e più volte nei suoi diari, nelle interviste e che viene confermato dalle persone che gli sono state più vicine. Spezza il cuore vedere un piccolo Kurt biondo e bellissimo che gioca con la sua chitarrina. Le immagini dell’infanzia di Cobain sono qualcosa di prezioso e commovente e vanno di pari passo con le immagini della figlia di Kurt, Frances. Il parallelo tra i momenti dell’infanzia del padre con quelli della figlia è fortissimo. Morgen riesce a districarsi bene in mezzo ad una fitta selva di ostacoli, dei quali i maggiori sono proprio i parenti e la Love, che con le loro dichiarazioni ovviamente indirizzano lo spettatore verso un certo tipo di analisi della figura di Cobain. E chi non conosce bene i soggetti in questione può essere facilmente portato su un binario sbagliato.

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Mentre i genitori provano a recitare la parte dei santarellini alle prese con un figlio problematico e ingestibile (riuscendoci malissimo: la madre alla quale Kurt era attaccatissimo distrusse l’ambiente che “proteggeva” il fragile equilibrio del figlio), Courtney Love come al solito punta i riflettori su di sè, mettendosi al centro di tutto e affermando addirittura che il primo tentativo di suicidio del marito (mix di Roipnol e alcol) fosse legato ai sospetti di tradimento che Kurt aveva nei suoi confronti. Balle.

L’unico desiderio di Kurt era quello di costruire quella famiglia che non era riuscito ad avere da piccolo, un nucleo ristretto di persone che si amano e che non devono rispondere di niente a nessuno. Lui, Courtney, Frances, la musica e l’arte. Questo era il mondo di Kurt. I dolori allo stomaco e l’eroina fecero crollare tutto.

Ci sono momenti nel film in cui viene da pensare che sarebbe bastato poco per salvare la vita di Cobain. Magari sarebbe bastata una moglie più intelligente, chi lo sa. Morgen tende ad enfatizzare la malattia di Kurt, appoggiandosi alle pagine di diario nelle quali il cantante scriveva i suoi deliri e la sua voglia di autodistruzione in preda alla sofferenza e alla frustrazione per un disagio che non riusciva a mandare via.

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Il montaggio diventa sempre più frenetico col passare dei minuti, sfociando verso la fine in un vero e proprio caos compositivo che rappresenta bene lo stato d’animo dell’ultimo periodo del protagonista.

Montage of Heck è in definitiva più interessante che bello, più emozionante che visivamente riuscito…è un importante documento su una personalità unica, probabilmente l’ultima grande icona rock della storia. E’ un film lungo, difficile, a tratti anche pesante, che riesce comunque nell’intento che si era prefissato: tracciare un ritratto più dettagliato possibile del Cobain privato, quello meno conosciuto dal pubblico.

Imperdibile per chi ha amato i Nirvana e Kurt Cobain, Montage of Heck è un film-esperienza del quale sarà importante possedere una copia Blu-ray (o dvd se siete poveri) da tenere da parte e da mostrare in futuro ai vostri figli e ai vostri nipoti per ricordar loro che è esistito un drogato di vent’anni che nel 1990 con i suoi urli e la sua chitarra fu in grado di cambiare il mondo.

VOTO: 7


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