Mia Madre

Margherita (Margherita Buy) è una regista romana alle prese con il suo ultimo film. Alle tensioni del set, si aggiunge la preoccupazione per le precarie condizioni di salute della madre, malata di cuore e ricoverata in ospedale. In questo caos, la protagonista sarà costretta, insieme al fratello Giovanni (Nanni Moretti), ad una serie di riflessioni riguardo sé stessa e al mondo che la circonda.

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Mia Madre è il peggior film di Nanni Moretti da io Sono un autarchico a questa parte. Era una premessa da fare, tolto il dente tolto il dolore. Importante ora è capire il perché di un fallimento così rovinoso da parte di un autore che incarna, tutt’ora, la storia del cinema italiano contemporaneo. I fattori alla radice di questa débâcle filmica possono essere stati tanti e svariati. Aver lavorato al film in fretta, rispetto alle tradizionali tempistiche morettiane, penso possa essere un buon punto di partenza per un’analisi generale del film. Moretti lo ha detto chiaro e tondo, la lavorazione di Mia Madre è cominciata nel momento stesso in cui Agata Apicella, sua madre, è scomparsa nel 2010, proprio durante il montaggio di Habemus Papam. Aver rotto i soliti schemi produttivi sottolinea probabilmente quanto Moretti si sentisse in dovere di raccontare la scomparsa della madre. Insomma, il regista ha sacrificato parte della sua autorialità per fare spazio a delle esigenze prettamente emotive. Tuttavia quando un autore cambia in modo così repentino un rituale ormai consolidato, è inevitabile che vi siano conseguenze anche nel prodotto finale. Qualcuno dirà è bene che gli autori cambino, che si mettano alla prova, che non rimangano incancreniti nei loro modelli. Ed è proprio quello che Moretti dice al suo alter ego Margherita Buy in una scena del film, “Perché non provi qualcosa di diverso? Perché non rompi anche uno solo dei tuoi schemi?”. Perdere le proprie certezze per sperimentare nuovi orizzonti. Però le certezze sul mondo Moretti le aveva già chiaramente perse in Habemus Papam e il risultato finale, rispetto a Mia madre, era stato comunque di livello. Le tempistiche di produzione quindi non possono essere l’unica causa di questo repentino tracollo della struttura morettiana.

Shots from "Mia Madre"

Soffermiamoci un secondo sulla scrittura del film: la  sceneggiatura di Mia madre è impalpabile, quasi inesistente. Margherita fa Nanni, e Nanni fa sé stesso. Entrambi sono personaggi di una storia che, come in varie interviste Moretti ha confessato, ha preso corpo dai diari che il regista tenne durante la convalescenza in ospedale della madre malata. Una scelta, quella del diario, non certo nuova per il regista romano, ma che in questo caso ha avuto ripercussioni troppo evidenti sulla linearità del film e sulla coerenza del messaggio, da sempre i punti di forza del cinema morettiano. È come se il regista, con la perdita di quelle certezze che lo avevano fatto grande nel passato, abbia perso anche lucidità nel trasporre sullo schermo ciò che pensa, ciò in cui crede, i suoi dubbi più profondi. Il solido bagaglio culturale morettiano, fatto di sogni, politica, autarchia, si scioglie come neve al sole di fronte ad un tema delicato come il lutto per la scomparsa di un genitore. Allo spettatore arriva solo una lunga sequela di buone trovate senza un nesso logico tra loro. Nulla più. Non che Moretti non avesse già raccontato nei suoi film la morte in modo efficace, tutt’altro. Nella stanza del figlio, il suono dei trapani che chiudevano la bara riuscivano a suscitare e risvegliare emozioni che chiunque ha provato almeno una volta nella vita.

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Allora, come ben dice Fulvio Abbate, ciò che più manca in Mia Madre è il comodino d’ospedale, il piscio e la merda che i malati portano con sé e con i quali ogni parente deve relazionarsi. Tutto nel film invece rimane piatto, apatico, senza colore. Anche l’utilizzo emotivo della colonna sonora, per la prima volta a tratti perfino invadente, trasforma quella che avrebbe dovuto essere compassione laica in smielato patetismo. Forse è questo che Moretti intendeva con cambiamento. Abbandonarsi al cinema, abbandonare l’occhio critico sulla realtà che lo aveva caratterizzato, lasciandosi trasportare dalle emozioni per dire qualcosa di diverso, lontano dai suoi soliti schemi. La mia impressione però è che in un tempo, il nostro, dominato ormai dalla rottamazione schizofrenica del passato, l’operazione non solo non sia riuscita ma neppure si possa definire come originale. E quando un grande autore come Moretti cade così malamente, in preda a vere e proprie seghe mentali senza capo ne coda, il rumore dello schianto nel cinema è fragoroso. Ieri mi sono imbattuto in un’intervista a Manoel de Oliveira quando ancora era un giovincello, 75 anni. Alla domanda del giornalista su cosa fosse cambiato nell’arco di tutti quegli anni passati dietro alla macchina da presa, Oliveira ha risposto sorridendo: “Al contrario di quello che molti pensano, invecchiando si perde la sicurezza che si ha quando si è giovani”. Moretti ha sessant’anni e la sicurezza con cui girava in vespa, baldanzoso, a Roma l’ha persa da un pezzo. E quando pensa a domani, probabilmente se la fa un po’ sotto.

VOTO: 5


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