Marvel’s Daredevil

E’ l’anno di Avengers: Age of Ultron (anzi, addirittura il mese!) e i fan della Marvel giustamente non stanno più nella pelle. Ogni pensiero dovrebbe essere rivolto al film di Joss Whedon, per poi passare un’estate serena e tranquilla in compagnia di Ant-Man e delle sue amiche formiche. Invece no. Perchè il 10 aprile Netflix ha sganciato sul pianeta Marvel e su tutto il mondo delle serie tv una vera e propria bomba atomica. Daredevil, una serie di 13 puntate sull’underground hero di Hell’s Kitchen creata da Drew Goddard, uno che ultimamente trasforma in oro tutto ciò che tocca (e che può vantare nel suo curriculum quel mezzo capolavoro di The Cabin in the Woods).

Dopo il fail del 2003 col film interpretato da Ben Affleck, il Diavolo si prende la sua rivincita e trova finalmente la sua dimensione grazie a quella faccia da schiaffi di Charlie Cox, che col suo ghigno e la sua inconsapevole arroganza fa suo uno dei personaggi più complicati della Marvel, quel Matt Murdock che vive in maniera sofferta la sua doppia vita. Diventato cieco all’età di 9 anni in seguito ad un incidente, Matt ha acquisito speciali poteri sensoriali dopo essere entrato in contatto con il liquido radioattivo che ne ha causato la cecità. Murdock non vola, non è un mutante, non usa armi particolari: è un uomo, cieco per di più, con tutte le debolezze che un uomo può avere. Però ha i sensi supersviluppati e, soprattutto, picchia come un fabbro.

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Ma vorrei un attimo lasciare Matt Murdock da parte perchè, credetemi, non è che uno dei tanti fattori che rendono questa serie quasi perfetta. Drew Goddard e la sua crew infatti hanno saggiamente deciso di puntare,  più che sul singolo superhero, sulla creazione di un mondo, di un intero campo da gioco all’interno del quale far muovere tutti i personaggi della storia, dando ad ognuno l’importanza che merita e senza utilizzare mai un punto di vista unilaterale. Ci sono i “buoni”: Foggy (Elden Henson), l’amico e collega fidato di Murdock, colui che ha il ruolo di stemperare un po’ i toni cupi e drammatici della storia; c’è Karen Page (Deborah Ann Woll), la biondina segretaria che non riesce a farsi i cazzi suoi e dalla quale nasce tutta l’intricata e pericolosa vicenda nella quale Daredevil verrà coinvolto; c’è Ben Urich (Vondie Curtis-Hall), immancabile reporter alla ricerca di verità e giustizia e c’è Rosario Dawson che interpreta l’infermiera notturna aka Night Nurse aka Claire Temple che cura le ferite di Murdock e che probabilmente (mah, chi lo sa?) rivedremo nella serie dedicata a Luke Cage che Netflix ha già in programma per il 2016.

E poi ci sono i cattivi.

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La grandezza di Marvel’s Daredevil sta soprattutto nel modo in cui ci vengono presentati i villains: non siamo di fronte ad una concezione manichea del bene e del male, ogni personaggio, anche il più apparentemente crudele, è analizzato e presentato sotto forma di essere umano, con le sue debolezze, i suoi dubbi, le sue paure e, cosa più importante, i suoi sentimenti. Nonostante le decapitazioni, il sangue, le botte, la violenza, ciò che affascina dei nemici di Murdock è il loro lato privato, quello nascosto. Ed è così che Vincent D’Onofrio si prende la scena con il suo Wilson Fisk.

Non c’è nessun dubbio sul fatto che la nemesi di Daredevil, il Kingpin del fumetto, ricco e spietato affarista di Manhattan, sia il personaggio più bello, affascinante e assolutamente indimenticabile di tutta la serie. Il modo in cui esce lentamente dall’ombra delle prime puntate, mostrando la sua classe, la sua ferocia (in una delle scene più fighe di tutta la serie) e poi il suo lato più disperatamente umano dopo che si innamora di Vanessa (Ayelet Zurer), è pieno di uno stile che, purtroppo, Murdock si sogna. I suoi soci di malaffare sono dei personaggi che stanno perfettamente a metà tra il clichè del malavitoso classico (lo spietato braccio destro, i russi, la yakuza, i cinesi) e l’uomo comune, descritti e presentati con una profondità mai vista fino ad ora nelle serie e nei film tratti dal mondo dei fumetti. Nolan, in questo caso, deve tirare fuori il taccuino e prendere appunti (Snyder, vabbè, lo lascio proprio perdere…).

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Ma qual è questo universo che tanto ho osannato e nel quale si muovono questi personaggi? New York, Manhattan, Hell’s Kitchen: un quartiere specchio di una città dai tratti cupi e inquietanti, un luogo nel quale convivono violenza e solidarietà, senso civico e corruzione, bellezza e degrado…prendendo in prestito le parole che Murdock usa per descrivere il suo io interiore “un luogo in cui il Diavolo e Dio imperversano“.

Hell’s Kitchen (e con lei la città intera) finisce per essere la vera protagonista della serie, la madre che ha cresciuto l’eroe mascherato ma che ha anche dato alla luce il suo nemico: Murdock e Fisk non sono solo due uomini, incarnano due modi opposti di concepire la realtà, il mondo, la vita. Entrambi vogliono salvare la città dalla decadenza, ma in modo opposto: Fisk vuole abbattere per ricostruire, vuole fare piazza pulita per dare un futuro brillante e sereno alla città che ama, Murdock vuole mantenere intatto l’ordine delle cose, combattendo il crimine. Fisk è un sognatore e prova a realizzare la sua utopia utilizzando tutti i mezzi, leciti e non, per arrivare ad un risultato finale che ha bene in mente. Il progetto di Fisk ha un fine ben preciso. Murdock rispetto al suo nemico non ha un progetto se non quello di difendere i buoni daicattivi, un progetto destinato inevitabilmente a fallire col tempo. Daredevil potrà vincere mille battaglie ma difficilmente risulterà vincitore alla fine della guerra, perchè la guerra non finirà mai.

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Daredevil è una storia dark come non se ne erano mai viste prima in ambito Marvel (ma vale anche per DC and co.), con una solidità ed una potenza stupefacenti. Prendete i Batman di Nolan, toglietegli la pesante armatura da gigante che si porta addosso, aggiungete l’agilità e la freschezza di Kick-Ass e inserite il tutto in un contesto alla The Wire: forse potreste avvicinarvi all’idea della serie di Goddard. E non ho citato The Wire a caso: la capacità di scavare dentro ai personaggi, di mostrare il bene e il male senza pregiudizi e senza filtri, portando lo spettatore a provare spesso empatia verso quelli che dovrebbero essere i “mostri”, ricorda da vicino lo stile adottato dalla serie di David Simon.

Perchè in fondo Daredevil è più vicino ad essere un poliziesco cattivo e coi controcazzi che all’essere una storia di supereroi. Le uniche maschere sono quelle di Murdock (minimal e nera, solo per lo scontro finale indosserà quella customizzata e tamarra rossa) e quella di Nobu (e solo quando dovrà affrontare Devil); anche Stick (il maestro di Murdock, uno dei personaggi migliori in assoluto, interpretato da un formidabile Scott Glenn) è dipinto il più umanamente possibile.

Col passare delle puntate andiamo incontro sempre di più ad una riflessione sulla vita, sull’amore e su ciò in cui crede o deve credere l’uomo e sempre meno alla risoluzione finale di un intricato caso da risolvere. Scriverei altre 100 righe su questa serie perchè se le merita tutte. Chiudo invitandovi semplicemente ad entrare nel mondo di Daredevil e a farvi un giro per Hell’s Kitchen.

Credetemi, vi piacerà.


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