Blackhat

Il nuovo film di Michael Mann è passato come una cometa nelle nostre sale senza che nessuno se ne accorgesse. Eppure le premesse erano buone: il ritorno alla regia dopo anni 6 di un maestro del genere, una star strappamutande come Chris Hemwsorth nel ruolo di protagonista, Atticus Ross alle musiche e una produzione solida alle spalle mettevano Blackhat di diritto tra i film più attesi di questo 2015. E invece questo cyber-action-thriller tutto computer, spari ed esplosioni verrà ricordato come uno dei più grandi e inattesi flop della storia del cinema recente.

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Il regista di Heat ci presenta un nuovo duello, una nuova sfida tra bene e male, tra criminali senza scrupoli ed eroi più o meno buoni, questa volta buttandosi nel mondo dei computer, di internet e del cyber crime. In Cina c’è un esplosione in una centrale nuculare e di conseguenza il prezzo della soya schizza alle stelle (boh…è così e basta…). Grazie a questa cosuccia qui c’è chi guadagna milioni e milioni di soldoni e questo qui è il misterioso cyber criminale motherfhacker, che inserendosi nei sistemi della centrale ha causato l’incidente. Un cinese genio dell’informatica e ufficiale militare inizia a collaborare con l’FBI per cercare di capire chi c’è dietro a questo casino.

Dopo qualche ragionevole dubbio gli agenti americani decidono di collaborare col cinese (Leehom Wang) che impone loro di scarcerare Chris Hemsworth (un altro genio nerd hacker) per averlo al proprio fianco nell’indagine. A completare il team anticrimine c’è la sorella del cinese (Chen Lien, informatica pure lei) interpretata da una bellissima Tang Wei. Tra una connessione e l’altra i nostri eroi riescono a rintracciare l’hacker e partirà un gioco pericoloso che si rivelerà complicato e drammatico. Spari, esplosioni, inseguimenti, tensione e Thor che ogni tanto ci ricorda che va in palestra. Finale epico con tanto di duello a Giacarta.

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Blackhat è un film di Michael Mann. Semplice e puro. Pochi registi riescono a dare solidità ai film d’azione come ci riesce Mann e questa volta il compito era davvero arduo perchè 130 minuti di film sui crimini informatici, nel quale dispositivi elettronici, codici e schermi la fan da padrone , rischiavano di trasformarsi in un’enorme mattonata. E se il film non è una merda lo si deve alla maestria di Mann nel gestire i personaggi, gli eventi e i vari sottotesti (amorosi, politici, etici ecc ecc). Se il film è ben diretto e ben costruito perchè allora è stato un buco nell’acqua?

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Diciamo che Blackhat ha il grosso difetto di essere fondamentalmente un film del quale non se ne sentiva il bisogno, uno di quei classici film che affitti in videoteca a caso quando il Randal della situazione ti dice che il film per il quale ti eri recato in loco non è disponibile. La storia è ben scritta, c’è il ritmo, ci sono un paio di sequenze effettivamente di livello e riesci anche a dimenticarti che il protagonista è un bonaccione muscoloso perchè il film c’è. Il problema è che di un cyber-thriller à la Mann in questo momento non ce ne frega assolutamente nulla. Manca la scintilla che accende nello spettatore la voglia di interessarsi ad una storia del genere. Questa è la pecca del film di Mann. Magari rivedremo Blackhat tra qualche anno e lo rivaluteremo ma al momento resta un gigantesco punto interrogativo che archiviamo senza pensarci due volte.

VOTO: 6-


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