Foxcatcher

Bennett Miller è un giovane regista americano che nel giro di sei anni non solo ha sfondato nel salotto buono del cinema americano, ma ha anche dimostrato di avere una poetica, una sua visione del cinema e del mondo. Insomma, abbiamo davanti un potenziale “autore”, cosa che in America non è affatto frequente, a differenza dell’Europa dove sono tutti Autori con la A maiuscola anche se hanno girato due cortometraggi e uno spot.

Miller esordì nel 2006 con Truman Capote: a sangue freddo, furbissimo piedistallo cinematografico per far agguantare l’Oscar al compianto Seymour Hoffman, per poi girare nel 2012 il già più interessante L’arte di vincere, diligente e simpatico film sportivo con Brad Pitt nella parte del manager spericolato e mascellone. Nel 2014 infine, ecco che torna con questo Foxcatcher e sciocca un po’ tutti: film che parla pur sempre di sport, ma è cupissimo, lentissimo e anche un po’ malato, oltre ad essere ispirato ad un reale fatto di cronaca nera. Taac, Bennett si prende il premio alla regia a Cannes e una caterva di premi e nomination in tutto il mondo. Arriva anche alla serata degli Oscar, ma si sa, lì la fanno da padrone gli storpi teneri e i biopic romanzeschi, e quindi se ne torna a casa con le pive nel sacco come Max Pezzali. Ma in fondo Who cares? Foxcatcher è, insieme a Birdman e Vizio di Forma, il miglior prodotto d’autore americano dell’anno e ora davanti a Miller si srotolano i tappeti rossi di una carriera sfavillante nella Hollywood radical chic. Aggiungiamoci un bel “beato lui” e procediamo con la trama del film.

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Anni ’80. Mark Schulz ( Tatum) è un campione olimpico di lotta greco-romana che, insieme al fratello maggiore ( Ruffalo), sopravvive nel mondo senza soldi degli sport minori, allenandosi in palestre sudice e con i muri scrostati. Un bel giorno arriva il miliardario John Du Pont ( Carrell) che gli propone un contratto da capogiro per trasferirsi insieme ad altri lottatori nella sua villa e lì prepararsi per le Olimpiadi. Mark accetta e insomma, solite cose, all’inizio tutto sembra andare alla grande, la palestra è bellissima, gli allenamenti vanno alla grande, la villa è comoda etc etc..fin quando non emergerà lentamente che John Du Pont forse non ha tutte le rotelle a posto, è schiacciato dalla madre, dal peso del nome della sua famiglia e ha anche un po’ di idee strane, tra il superomismo e il nazismo olimpico di Loni Riefenstal diciamo. Insomma, le cose andranno per il peggio.

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Niente da dire, Foxcatcher è un bel film. Molte le cose positive da dire sul lavoro di Miller. Da dove cominciare? Iniziamo dallo sport, così, per sport. Allora il film sportivo in America viene spesso ingabbiato entro rigidi confini: il film sportivo deve essere un biopic-panegirico, che alterna lacrimuccia e scene spettacolari in modo simmetrico e deve avere un retro-messaggio politico ottimista ( che significa in linea con “il sogno americano”).

Ecco, Foxcatcher è il ribaltamento di tutto ciò: è un film sportivo anti-spettacolare, lento, oscuro, dove le scene di lotta sono scorporate da qualsiasi elemento di epicità o spettacolarità; il film di Miller è il rovesciamento del Sogno Americano, dove il rapporto maestro-allievo è malato e ambiguo, dove l’inseguimento del proprio sogno porta ad una tragedia e dove al posto dell’agiografia di un personaggio storico c’è John Du Pont, simbolo più deteriore del Capitalismo americano che diventa dinastia, assomigliando non poco ai marci nobili dell’aristocrazia europea. Insomma, un film sportivo così forse non si era mai visto.

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Molto suggestive inoltre la regia ( giustamente premiata a Cannes) e la fotografia: Foxcatcher è un dei film più tetri, cupi e soffocanti dell’anno e il merito è tutto dei cieli oscuri, della luce fioca, delle ombre e dei paesaggi mortiferi che sembrano inghiottire tutto; Bravi Bravissimi anche gli attori, con un mostruoso Steve Carrell, un sorprendente Channing Tatum e un commovente e umanissimo Mark Ruffalo, con quest’ultimo che a mio parere vince la sfida a tre.

Insomma, tutto è molto bello e molto ben fatto. Difetti? Probabilmente nessuno, anche se….vabbè lo ammetto, io un paio di volte mi sono rotto i coglioni durante la visione. Sarà stato che l’ho visto in streaming e c’era la Champions League in contemporanea, sarà stato il fatto che dura 2 ore e 20 e che ha un ritmo pachidermico, che forse a volte si guarda un po’ troppo allo specchio e si dice “bravo, come sei bravo. Con questo gli europei li facciamo impazzire”….Insomma, io mentre l’ho guardato sarò andato su diretta.it circa 20 volte per vedere il parziale di Chelsea-Psg. Sono un persona brutta.

Ibra, a parte, è un bel film. Se vi capita, vedetelo.

VOTO: 7+


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