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Vizio di Forma

Vizio di Forma

Eccoci finalmente a parlare di Vizio di Forma, il nuovo film di Paul Thomas Anderson, il giovane e ambiziosissimo regista di Magnolia, Il Petroliere e The Master. Come probabilmente saprete, la nuova opera del più sborone dei nuovi autori americani è tratta dall’omonimo romanzo del 2009 di Thomas Pynchon, scrittore di culto del postmodernismo americano e tra i più illeggibili e labirintici narratori della storia della letteratura. Considerato che la prosa pynchoniana sia da sempre stata ritenuta non trasportabile al cinema ( troppo jazzy, troppe divagazioni, registro inclassificabile, personaggi che scompaiono e ricompaiono, etc.), bisogna innanzitutto concedere ad Anderson di avere avuto del fegato a lanciarsi in questa operazione e di essere, in ogni caso, l’unico regista americano rimasto a fare ancora le cose in grande, usando il cinema come veniva usato nella New Hollywood, ossia cercando di creare dei colossi cinematografici colti, mettendo il denaro della Major al servizio della propria visione artistica.

Prima di iniziare con un’analisi più approfondita della pellicola ( e già che ci siamo anche dei rapporti con il libro, dato l’abbiamo letto e amato), ci teniamo a segnalare che il film in America è stato sostanzialmente stroncato dalla critica e escluso da tutti i festival importanti; il dibattito ha visto addirittura la discesa in campo di Bret Easton Ellis, che in un articolo criticava l’approccio di Anderson al libro di Pynchon, ritenendolo troppo legato ad un realismo d’epoca assente nel testo letterario, molto più vicino invece alla caricatura grottesca e impressionista. In Europa invece il film ha avuto una fortuna critica maggiore, con i soliti entusiasti che lo hanno già decretato un capolavoro del cinema ( succede circa una volta al mese) e altri più lucidi che ne hanno evidenziato i meriti senza comunque calarsi le braghe. Ora ci esprimiamo anche noi e, armati di hybris, vi diamo il giudizio definitivo sul film.

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La trama in pillole, così per capirci. Siamo nella California del 1970, agli sgoccioli dell’era degli hippy e con la Restaurazione Nixoniana che sta per prendere piede. Il detective privato/hippy Doc Sportello ( Phoenix) riceve dalla sua ex fiamma Shasta ( Waterson) l’incarico di proteggere il di lei compagno di scopate, Mickey Wolfmann, un magnate tycoon ”ebreo-nazista”. Siccome Doc è ancora innamorato perso della sua ex, accetta l’improbabile incarico. Dopo neanche un giorno, però, Wolfmann scompare e anche Shasta diventa introvabile. Sarà l’inizio di un’avventura psichedelica senza soluzione, dove ogni mistero nasconde un altro mistero e dove Doc incontrerà una lunga trafila di personaggi improbabili.

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Vizio di Forma, come si sarà intuito, è un noir. Per la precisione è un noir postmoderno, dove gli stilemi, i topoi e le regole del noir classico anni ’50 vengono prese, tagliate in mille pezzi, riassemblate e, in questo caso, inserite in un contesto totalmente nuovo ( la California del surf, degli acidi e degli hippies). Questo sono siail libro che il film, un noir postmoderno, un po’ come già lo era Il Grande Lebowski. Ma qui le strade si dividono, perché il buon Paul, consapevole dei limiti che il medium cinema impone, prende coraggiosamente una strada diversa dal libro, dando vita ad un’opera personale, che ambisce ad avere un’aura artistica propria. Ci riesce? Sì. Vizio di Forma è un bel film? Assolutamente sì. Il suo film è un capolavoro? No. Diventerà un cult? Sì, speriamo di sì. Il libro viene rispettato? Sì e no.

Cominciamo proprio dal rapporto tra libro e film. Anderson, da grande metteur en scene quale è, evita le rapide della prosa caleidoscopica di Pynchon formattando il suo film su una lunga serie di dialoghi filmati in piano-sequenza; dialoghi fumosi, barocchi, contorti, logorroici, poetici, che cercano di rimanere in scia dell’ironia beffarda dell’opera originale. Una soluzione interessante, che quando imbrocca bene tutte le strade che prende crea dei quadri iperrealisti in movimento dal grandissimo fascino pittorico. Su tutte, la scena di Shasta nuda che monologa sdraiata su Doc è davvero una sequenza indimenticabile ( oltre ad essere tremendamente arrapante), roba che finirà linkata su Facebook e proiettata dietro i dj nei locali più arty e cool. Ma anche i siparietti tra i bravissimi Phoenix e Brolin ( quest’ultimo nei panni di uno sbirro fascista con un debole per Doc), sono davvero di altissima fattura.
Il film, inoltre, pur cambiando alcune cose della trama del libro ( niente viaggio a Las Vegas, finale leggermente diverso), riesce clamorosamente a restituire allo spettatore il cuore del la riflessione storica di Pynchon, ossia la rappresentazione tramite il noir della fine della controcultura hippy, schiacciata dall’esterno dalla reazione Nixoniana e divorata dall’interno dall’eroina. Sotto lo sguardo appannato dalle canne di Doc, assistiamo impotenti ai primi passi del capitalismo muscolare e violento che si affermerà negli anni ’80, dove grandi Trust finanziari hanno in mano sia il cartello dell’eroina, sia un centro di dentisti per rifare i denti ai tossici e, infine, anche un centro di recupero privato per ripulire dalla peggiore droga gli hippies che loro stessi avevano reso eroinomani ( centro di recupero privato appoggiato dall’allora governatore della California Reagan, che di fatto privatizzò la sanità dello Stato). Tutto ciò viene oliato o controllato in modo oscuro e indecifrabile dall’FBI, da gruppi occulti di destra, forse da Nixon stesso, ponendo fine all’ultima utopia ( quella hippy) dell’uomo moderno.

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Insomma, davvero uno grande spettacolo visivo e tanti stimoli intellettuali.

Ecco, se vogliamo cercare il pelo nell’uovo, nel film è stato purtroppo cancellato l’enorme lavoro di Pynchon sull’universo del surf e sulla spiaggia, nel libro vero e proprio centro della storia e quasi luogo mistico. Ed è un peccato, perché la rievocazione di quel mondo sparito, il far riemergere totalmente la subcultura hippy del tempo ( e la parola riemergere non la usiamo a caso, dato che Pynchon continua a fare riferimenti a due isole mitologiche “affondate”, Lemuria e Atlantide, e alla loro cultura scomparsa), era uno degli aspetti più affascinanti del testo originale. Il libro è fenomenale ( quasi disumano) quando riporta a galla la miniera di nomi, slang, riferimenti alla storia locale di quegli anni, tipi di droghe, di sport e di barche che animano la storia; quando si legge Vizio di Forma si ha la sensazione di essere di fronte ad un mondo che si anima, o meglio, ad un’isola scomparsa ( e alla sua civiltà) che torna a galla. Questo, per forza di cose ( o forse no?), nel film non accade. Ciò che si ha di fronte è più che altro un potente e magniloquente noir, ma non si entra mai in un universo nuovo, con le sue regole e le sue bizzarrie.
Inoltre, ma qui si entra nelle considerazioni personali, il libro rappresenta la California degli anni’60/’70 come una specie di Luna Park psichedelico, tutto luci al neon e colori che sfrigolano ( io quando lo lessi immaginavo quel luogo cromaticamente simile alla Tokyo di Enter the Void); il film di Anderson, invece, è abbastanza sdraiato su una rappresentazione realistica di quel tempo, senza svolazzare troppo con la fantasia. Insomma da questo punto di vista purtroppo Bret Easton Ellis ha ragione. Un po’ di magia si è persa. Ma poco male. Per il resto, Vizio di Forma è insieme a Birdman uno dei film più belli dell’anno. La versione letteraria, colta e barocca de Il Grande Lebowski, è servita.

Ah, la OST è il disco dell’anno.

VOTO: 8


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