Birdman

Eccolo il film dell’anno. O meglio, ecco il film che, nel ventaglio di pellicole in corsa per l’Oscar o che si inseriscono nella categoria che ci inventiamo ora del “cinema mainstream intelligente”, risulta essere insindacabilmente il film dell’anno. Candidato a 9 premi oscar, 2 globi d’oro già in tasca, presentato in concorso alla Mostra di Venezia e al New York Film Festival, Birdman è il nuovo film di quel ganzo di Alejandro Inarritu, regista messicano che circa 10 anni fa aveva infilato quel noto terzetto di film (Amores Perros, 21 Grammi, Babel) tutti incentrati sul caso, con eventi da una parte e dell’altra del pianeta che si influenzavano a vicenda creando delle tragedie lacrimose ( a mio parere un pochino troppo lacrimose, però vabbè), terzetto di film che lo aveva reso uno degli autori più interessanti e rispettati degli anni 2000. Il buon Inarritu, dopo la parentesi di Biutiful, è oggi tornato con questa mina di film qui, che fa piazza pulita delle sue opere precedenti e che si candida a diventare un futuro cult.

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Di cosa parla Birdman? Birdman parla di Riggan Thomson ( Keaton), attoraccio di Hollywood che nel 1992 era diventato una star interpretando “Birdman”, uno dei primi supereroi del cinema americano, ma che ora, nel 2015, è invecchiato, solo, ignorato dalla Hollywood che ormai segue i vari Iron Man e Captain Americae ossessionato dal quel successo così lontano. Riggan è a Broadway, New York, dove, osteggiato da tutti, sta allestendo un suo spettacolo teatrale tratto da un intellettualissimo racconto di Raymond Carver. Il film segue i tre giorni che precedono la prima dello spettacolo, tra contrasti con il nuovo attore-star Mike Shiner ( Norton), difficoltà nel rapporto con la figlia ex tossica ( Stone) e la sempre più ingombrante presenza mentale di “Birdman”, il vecchio supereroe che lo tormenta in modo sempre più reale.

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Dunque, perché Birdman è un filmone? Birdman è un filmone innanzitutto perché parla, in modo estremamente lucido, dell’oggi, della contemporaneità: siamo nell’era del Marvel Movie, ossia l’era dove l’unico cinema che commercialmente sembra funzionare è il film tratto dai fumetti, cinema che, più di quanto accadeva in passato, ha rimbecillito il pubblico medio, ha imposto al pubblico l’idea che il cinema di intrattenimento significhi per forza regressione all’età mentale di un 12enne. Un fenomeno che ha reso attori delle persone (come Riggan) che attori non sono, ma che sono solo celebrità che si sono avvicinate al sole della gloria per un breve periodo per poi, come Icaro ( figura ricorrente nel film e fondamentale per capire l’opera), precipitare nel dimenticatoio collettivo e diventare una domanda da Trivial Pursuit. Questa decodificazione del cinema d’oggi viene fatta da Inarritu attraverso un utilizzo intelligentissimo del linguaggio meta-cinematografico, in quanto tutti i tre attori principali hanno vissuto sulla loro pelle questa fase della storia del cinema americano: Michael Keaton, è stato il Batman di Tim Burton, per poi scomparire velocemente dalla scena; Edward Norton ( bentornato!) è stato uno dei più promettenti attori della Hollywood colta che ha visto la propria carriera devastata dal flop di Hulk; Emma Stone, infine, è emersa negli ultimi anni come eroina dei reboot di The Amazing Spiderman. A questa radiografia del cinema americano mainstream contemporaneo, inoltre, Birdman aggiunge delle sanissime secchiate di merda in faccia anche alla Intelligencija newyorkese, al salotto buono del cinema Indie, come emerge chiaramente dalla scena in cui viene ridicolizzata la critica teatrale del New York Times o dal personaggio di Mike Shiner/Edward Norton, sorta di prototipo dell’attore da chicchissimo Metodo Stanislavskij, ossia dell’immedesimazione totale tra personaggio e interprete, che però fuori dal palco è la persona più falsa e insicura di tutte.

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Tutto ciò, e non è poco, riesce a stare dentro un film che va come un treno, lanciato a ritmo folle e che non lascia un attimo di respiro allo spettatore; un film che è anche un trattato di tecnica mica da poco, girato tutto in lunghissimi piani sequenza poi aggiustati in post-produzione e con una delle più geniali colonne sonore degli ultimi anni.
Unico, piccolo dubbio: perché quella inquadratura finale? Cosa c’entra con tutto quello trattato nel film in modo così magistrale? Dare l’illusione che Riggan si davvero un supereroe come si lega logicamente, semanticamente con tutto il ( bellissimo) lavoro di satira svolto durante il film? La sensazione è che l’ingordo Inarritu non abbia resistito alla tentazione di tenere la tensione a 1000 fino all’ultimo fotogramma, cercando il coup de teatre (for dummies però) dell’ultimo secondo. Peccato, non serviva e sputtana leggermente tutto quanto fatto prima.
Per il resto, appunto, Birdman è il film, mainstream, dell’anno.

VOTO: 8–


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