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Torino Film Festival 2014: DAYS 3 & 4

Torino Film Festival 2014: DAYS 3 & 4

Per l’ultimo dispaccio dal Torino Film Festival fondo gli ultimi due giorni, così, per amor di spending review. Dunque, iniziamo con una specie di bilancio: nel complesso l’esperienza al Tff si è rivelata più che positiva, la qualità media dei film è decisamente medio-alta e si respira un’aria di cinefilia sincera, senza il caos glamour-markettaro di Roma o le derive sperimental-pippaiole di certi oscuri festival europei. Insomma, il Torino Film Festival, con la sua offerta che mixa cinema per la critica e intrattenimento di qualità, non smentisce la fama di miglior festival del cinema italiano. Per quanto riguarda gli ultimi due giorni, tutto è filato liscio, tranne nel caso della doppia proiezione di The Disappereance of Eleonor Rigby, doppio film di Ned Benson sulla fine di una storia d’amore diviso in due parti uguali, una che racconta il punto di vista di Lui e una che racconta il punto di vista di Lei. Le due proiezioni erano previste una dietro all’altra, tuttavia una massa di adolescenti torinesi ha invaso il cinema tra la prima e la seconda parte, costringendo la maggior parte di critici e giornalisti a vedere solo il primo capitolo, quello dedicato a Lui. E tra quella maggior parte di giornalisti e critici rimasta scornata, c’ero anche io. Come con Woody, tuttavia, non è che sia stato così traumatico non accedere alla proiezione di Lei, dato che il primo segmento dedicato a lui si è rivelato abbastanza una sòla. Ma veniamo alle recensioni in pillole di film per un motivo o per l’altro degni di essere segnalati, partendo proprio da Lui.

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THE DISAPPEREANCE OF ELEONOR RIGBY: HIM: Dopo aver perso il figlio in circostanze poco chiare, Eleonor ( Chastain) e Conor ( MacAvoy), chicchissima coppia newyorchese, vedono il loro rapporto logorarsi, sino a quando Lei non scomparirà, lasciando il povero MacAvoy nella paranoia più totale. Qui si racconta la versione dei fatti di Lui.

L’idea di raccontare in modo speculare la fine di una coppia, fornendo prima il punto di vista di lui e poi quello di lei, è senza dubbio affascinante. Se poi si riesce a conferire alla storia una forza romantica e spontanea, così da fare immedesimare tutti i lui e i lei del pianeta Terra, il gioco è fatto. Il problema è che il regista Ned Benson proprio “gnia fa’”: questo primo episodio manca di spontaneità, tutto appare ingessato e troppo calcolato a tavolino, i dialoghi sono un concentrato di aforismi scritti da Fabio Volo sulla Smemoranda e il film appare sempre indeciso tra la strada del dramma e quello della commedia hipster-scema. Sono cosciente che vedere solo il primo segmento non è sufficiente per esprimere un giudizio completo, perché il film nasce come progetto doppio, che si compie proprio nella sua duplice visione; tuttavia, la sensazione è quella di una specie di furbissima operazione che fonde Starbucks con le serie tv Girls e Friends, per altro di gran lunga migliori. Ci voleva un Linklater. VOTO: 5

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IN GUERRA: Milano. Tutto in una notte. Un teppista che spranga a caso la gente fa la conoscenza di una ragazza appena lasciata dal fidanzato: insieme attraverseranno il capoluogo lombardo, risalendo dalle periferie sino al centro, cercando di evitare le pericolose “gang” notturne.

Clamoroso “Scult” a zero budget, che vorrebbe guardare a I Guerrieri della notte e Fuori Orario ma che si schianta contro una sequenza infinita di ridicoli involontari che farebbe invidia a Lory Del Santo. Il film, tuttavia, fa così cagare da fare il giro dall’altra e diventare una figata, innescando nello spettatore quel noto meccanismo per cui si gode dell’orrido e del brutto, in una specie di contorsione semiotica-estetica che va da Trucebaldazzi a Lory Del Santo e la Tigresa del Mexico. Insomma, In Guerra, del regista milanese Davide Sibaldi, visto 4 anni fa con il mediocre L’Estate d’inverno, è uno Z movie tutto da godere. Giù con entusiasmo nel cesso del trash involontario. Alè. VOTO: 6.5.

P’TIT QUINQUIN: Serie tv scritta da Bruno Dumont che si articola in 4 episodi di 50 minuti circa. In uno sperduto paesino del nord della Francia, viene trovata una mucca morta con dentro pezzi di un cadavere umano. Sul posto giungerà lo sgangherato ispettore Van der Weyden ( Pruvost), con al seguito l’aiutante Carpentier ( Jore), e cercherà di far luce sui fatti. Ma i morti si moltiplicano.

La cosa più figa vista qui al Torino Film Festival. Bruno Dumont, per chi non lo conoscesse, è una specie di Von Trier francese, un regista odiato e amato contemporaneamente, famoso per le sue provocazioni e i suoi film ultra violenti, tra campagna, stupri e sesso esplicito ( chi fosse interessato, recuperi Twentynine Palms e Hors Satan). In questa mini-serie, invece, cambia tutto o quasi: P’tit QuinQuin è infatti un paradossale concentrato di humour nero e non-sense, un cocktail che mette insieme La Pantera Rosa con la comicità bastarda dei Monthy Python, il tutto inserito, tuttavia, negli amati campi sterminati di Dumont e arricchito dal consueto circo di umanità malata e deviata che abita le provincie. Davvero un’opera clamorosa, che si inserisce prepotentemente tra le cose più interessanti viste in questo 2014. Il primo episodio è talmente spassoso e grottesco che più d’un critico, in sala, era pronto a scommettere su P’tit QuinQuin come definitivo erede di Twin Peaks. Poi il film cala leggermente, chiaro, sennò si sarebbe di fronte ad un capolavoro della storia del cinema. Ma un gran finale quasi apocalittico, che pur mantenendo il registro fisso sul comico/stralunato riesce a trasmettere tutto il senso d’impotenza dell’uomo nei confronti del mondo e della natura, in una resa cupissima che non si era mai vista in una serie televisiva, riporta l’opera su livelli assai alti. Dove trovarlo? Forse in torrent, forse su Sky Arte l’anno prossimo. VOTO: 8.

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THE THEORY OF EVERYTHING: biopic sulla vita di Stephen Hawking, il celebre scienziato dismorfico che ha scritto una serie di libri sui buchi neri. A 23 anni, gli diagnosticano il morbo di Gerhig e gli danno 2 anni di vita. Lui però è innamorato della sua fidanzata e quindi non muore, ma sopravvive, nonostante ossa e muscoli cadano a pezzi. Intanto, scrive una serie di libri sui buchi neri che hanno un gran successo. Il senso è: l’amore è più forte della malattia. Micidiale polpettone biografico che ha come unica stella polare l’Oscar per la miglior interpretazione maschile a febbraio. Peccato che, se non hai una mano delicata, raccontare la storia terribile di Hawking e delle sue smorfie può diventare un concentrato di patetismo pietista da evitare come la peste. Così è. Ruffiano e gonfio di melassa fino a scoppiare, fa più paura di un horror. Potrei andare avanti ancora molto con gli insulti ma no, preferisco utilizzare un video di youtube che recensisce il film meglio di qualsiasi parola.


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