Torino Film Festival 2014: DAY 2

Giornata carica di film a manetta. A differenza del primo giorno, nessun cane ha perso la vita davanti ai miei occhi e, a pensarci meglio, davanti ai miei non è successo nulla di reale, in quanto ho solo guardato film. Gli unici eventi extra-cinematografici degni di nota sono stati un croissant notevole preso in un bar di via Cavour alle 8 del mattino ed essere stati rimbalzati alla proiezione del nuovo film di Woody Allen. Nel secondo caso, mi è andata di culo, perché pare che il nuovo film di Woody sia una ciofeca e soprattutto perché sono finito a vedere Turist, una chicca norvegese che altrimenti chissà quando avrei recuperato. La serata infine è terminata di nuovo con la visione dei film semi-sperimentati di Josephine Decker, che dovrebbe regalarmi un cofanetto gold della sua opera omnia per la caparbietà con cui ho resistito a fino a mezzanotte a guardare i suoi fragilissimi e tediosi lavori. Ora un po’ di mini-recensioni a caso.

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TURIST/FORCE MAJEURE: Una famiglia della borghesia svedese composta da padre-madre e piccoli pargoli lobotomizzati da i-pad sta facendo una vacanza in un lussuoso hotel sulle Alpi, quando una spaventosa valanga rischia di ucciderli: a sorpresa, l’evento farà saltare il tappo a tutte le falsità e le ipocrisie su cui si regge la famigliola, portandola sull’orlo della crisi.

Menzione speciale della giuria alla Quinzane de Reliseteurs a Cannes, Turist è tra le cose più belle viste per ora qui a Torino. Partendo da un pretesto da disaster movie, il film dello svedese Ostlund è un cinico e cattivissimo dramma da camera, dove il vero spettacolo pirotecnico non è la valanga, ma la famiglia borghese che va in pezzi. Caratterizzato da una regia chirurgica, che si esalta nel trovare inquadrature potenti e geometriche tra seggiovie, sci e cime innevate, Turist corrode l’ipocrisia della coppia borghese ( in particolare il gioco di ruoli maschio-femmina, con le aspettative che uno ha nell’altra e il contrario) attraverso dialoghi beffardi, di un umorismo nero indimenticabile. Finale forse un po’ retorico e magniloquente, ma il livello è comunque alto se non altissimo. Vera perla. VOTO: 7.5

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IT FOLLOWS: una ragazzina bionda americana fa sesso con un ragazzo, il quale le attacca una specie di maledizione/malattia: da quel momento sarà seguita da una creatura che si muove a passo d’uomo, che la vuole uccidere. Solo facendo sesso con un’altra persona potrà liberarsene.

Dicevamo giusto ieri che il film che salverà il genere horror dal declino non arriverà mai e ci manca poco che veniamo smentiti oggi, con questo notevolissimo It Follows, presentato alla Semaine de la Critique a Cannes e molto chiacchierato in tutti i festival. Eh sì, perché se di poco non salva il genere dal declino, senza dubbio è uno degli horror più freschi, intelligenti ed eleganti da molti anni a questa parte. Caratterizzato da una fenomenale colonna sonora da horror di Carpenter degli anni ’80 e da una regia splendida, molto più vicina alle cose che si vedono nei festival d’autore che negli horror ( con tanto di piano-sequenza e movimenti rotatori delicatissimi), It Follows è un inquietante opera che frulla citazionismo, teen-horror e ambigua metafora sul sesso e sull’AIDS ( la scopata, nel film, è contemporaneamente contrazione della malattia/maledizione e liberazione da essa). E poi, soprattutto, è un film che fa abbastanza paura: ogni volta che uno sconosciuto nella folla comincia a pedinare la protagonista con passo claudicante, a me si gelava il sangue. Davvero tanta roba. VOTO: 7+.

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VIOLET: un ragazzino olandese a metà tra Tadzio e il protagonista di Paranoid Park assiste all’omicidio di un amico, ma non interviene. Nei giorni successivi, tra due salti in bmx e un concerto prog-metal, dovrà fare i conti con senso di colpa e la solitudine in cui i coetanei lo lasciano.

Sorta di prototipo del film da fastival, dove la trama leggera-leggera si perde nella statica contemplazione di paesaggi e silenzi anti-narrativi. Da un punto di vista squisitamente fotografico, il film è sublime: ogni scena è potenzialmente un’installazione ad una mostra di video-arte, dove la scelta dei colori, dei movimenti degli attori e della musica si muovono in simmetrica armonia, creando sequenze che non si dimenticano ( i salti in bici, su tutto, stravincono). Tuttavia, sotto questo gran popò di incanto videoartistico, non c’è molto, anzi forse nulla. No, mi sbaglio, c’è qualcosa ed è la copia conforme, per l’appunto, di Paranoid Park di Gus Van Sant. Insomma, come cura ludovico per gli occhi, va bene, per il resto, di cinema con la C maiuscola in Violet non ce n’è molto. VOTO: 5.5

Di Josephine Decker, invece, non parlo più. Fair enough.
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