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Torino Film Festival 2014: DAY 1

Torino Film Festival 2014: DAY 1

Giunto nella città di Fassino tramite un dardenniano viaggio in Blablacar, la mia giornata prevede la visione di The Badabook, quello che dovrebbe essere l’horror dell’anno se non addirittura il salvatore/messia del genere che da anni annaspa nella mediocrità found footage, e Balkan Camp – Butter Latch, coppia di film di Josephine Decker, apprezzata regista indipendente americana che qualcuno ha addirittura paragonato a Lynch. Prima di entrare in sala, tuttavia, assisto ad una scena shock: lo stiramento di un cagnolino da parte di una macchina in piazza Vittorio Veneto, con tanto di crisi di lacrime della padrona e morte istantanea del canide. L’episodio, a posteriori, si rivelerà la cosa più horror della giornata e questo la dice lunga sulla qualità di The Badabook. Per dare un’idea dei punti gore/splatter del tragico evento, posso affermare di non essere riuscito a capire la razza del povero cucciolo. Insomma, il primo impatto con Torino è shock. Ma veniamo ai film.
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THE BABADOOK: tratto dal bellissimo cortometraggio Monster di Jennifer Kent ( regista anche del film), racconta la storia di Amelia, vedova sbirillata e di suo figlio Samuel, tra lo sbirillato e lo psicotico. Quando la mamma leggerà al figlio, per sbaglio, il libro Babadook, storia di un uomo nero che plagia le persone fino a portarle a commettere dei gesti terribili, la già precaria situazione degenererà e, chiaramente, farà la sua comparsa anche il famigerato uomo nero.
Atteso trepidamente dal mondo dell’horror, The Babadook è purtroppo una mezza delusione. Nonostante l’atmosfera weird, camp e grottesca che caratterizza con successo la prima parte, dando vita ad un bizzarro cocktail dark dove i personaggi sono quasi caricature e la tensione sale impercettibilmente, il film della Kent si perde col passare dei minuti, presentando 3 ordini di problemi: 1. Il film soffre il dilatamento del cortometraggio da cui è tratto, con la sceneggiatura che a metà del film si pianta, non progredisce e rimane ferma per 20 minuti abbondanti, temporeggiando in attesa del finale; 2. La sovrastruttura simbolica ( e diciamo d’autore) del film, con l’uomo nero che rappresenta il lato oscuro della protagonista ( e di tutti noi) che alberga dentro di lei da quando perse il marito in un incidente 6 anni prima ( troppa carne al fuoco!), soffoca il film, castrandolo proprio nei suoi lati potenzialmente più spaventosi e inquietanti. 3. Nel finale il film si istituzionalizza, diventando l’ennesimo horror di possessione demoniaca visto già 300 volte ( c’è anche una scena in cui la madre impossessata e con forza disumana sfonda una porta con un calcio a 2 piedi, scena che ha suscitato sghignazzi perfidi in sala). Insomma, alla fine più no che sì, nonostante un buona capacità di creare un atmosfera originale per essere un’opera prima. Ad ogni modo, l’attesa per il film che salverà l’horror sta diventando un po’ Godotiana.
VOTO: 6
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BALKAN CAMP/BUTTER LATCH: la giovane regista presente in sala durante la proiezione è considerata una promessa del cinema americano indipendente si chiama Josephine Decker, ha 32 anni ed è bellissima. Purtroppo i suoi film sono, usando eufemisticamente un eufemismo, un filino acerbi. Il corto Balkan Camp+ il lungo Butter Latch sono da vedere assieme, essendo il primo un mini-documentario su dei raduni di musicisti balcanici in California che costituiscono l’ambientazione del secondo. La storia, astratta, onirica e poco lineare, è quella di 2 ragazze che scappano dalla città e finiscono in uno di questi ritrovi balcanici nei boschi. Tra entusiasmo per la musica e incursioni semi-inquietanti nel bosco, succederà qualcosa di brutto ( forse). Tra intimismi post-adolescenziali, attrazione erotica, sprazzi onirico-lynchani a caso, dialoghi improvvisati e camera super mobile spesso fuori fuoco e sballonzolante, il cinema della Decker è senza dubbio coraggioso, radicale, qua e là mostra i fumosi segni di quelli che in un futuro lontano potrebbero forse diventare qualcosa che assomiglia ad una poetica, ad uno sguardo personale sull’umanità americana, ma che, per ora, danno vita solo ad una patacca autoriale, sghemba, disordinata, forse dolcemente naif, ma anche un pochino fastidiosa per l’ambizione smisurata. Più che altro, la Decker, nonostante l’entusiasmo e con buona pace di Lynch, non sembra avere lei stessa un’idea chiara su ciò che racconta. Insomma, non proprio un dono per un regista. Ad ogni modo, stasera mi sorbirò anche il suo secondo lavoro. Vedremo.
VOTO: 5
Per il resto, Torino è bella e austera come sempre.

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