Boyhood

Ed eccoci a parlare del cosiddetto “film dell’anno”. Girato da Richard Linklater in 12 anni, facendo crescere gli attori e lasciando che il tempo imprimesse la sua reale firma sui corpi, Boyhood ha iniziato la sua marcia trionfale quest’estate, facendo incetta di premi al Boston Film Festival, per poi racimolare solo osanna e celebrazioni ovunque, puntando dritto alla notte degli Oscar di febbraio, appuntamento per cui è già dato stra-favorito da più o meno tutti. Quello di lasciar invecchiare gli attori, ad ogni modo, è un trick che Linkalater aveva già sperimentato nella trilogia indie-romantica Before Sunrise, Before Sunset, Before Midnight, dove la storia d’amore tra Ethan Hawke e Julie Delpy veniva ripresa ogni 10 anni, raccontando così la maturazione di una moderna coppia della generazione X, sullo sfondo degli ultimi trent’anni di storia. Con Boyhood l’esperimento viene radicalizzato: dal 2002 Linklater riunisce per un mese all’anno lo stesso gruppo di attori, focalizzandosi sulla crescita di Ellar Coltrane, bambino di 8 anni che, al termine delle riprese nell’ottobre 2013, ha 20 anni. L’obiettivo, come nella trilogia Before.., è quello di cercare di sfiorare, attraverso il medium cinema, la Vita con la V maiuscola. Mica cazzi.

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2002, provincia del Texas. Mason è un bimbetto leggermente taciturno che vive, in condizioni economiche precarie, con la mamma Olivia (Arquette) e la sorella maggiore Samantha (Lorelei Linklater). Il padre, Mason Sr. (Hawke), immaturo e irresponsabile, talvolta torna a trovare i due figli, ma non è in grado e non ha voglia di aiutare l’ex moglie nella crescita dei figli. La giovane madre, volitiva e con quattro coglioni così, riesce ad iscriversi all’Università e, con figli al seguito, si trasferisce a Houston, dove allaccia una storia d’amore con un attempato (e alcolizzato) docente universitario. Mentre gli anni zero scorrono in sottofondo, tra guerra in Iraq e crisi economica, assistiamo alla crescita di Mason e di sua sorella, alla progressiva responsabilizzazione di babbo Hawke , alla conquista della felicità economico-lavorativa ( ma non amorosa) di mamma Olivia e, in generale, all’evoluzione di una moderna middle-class family americana.

Da dove cominciare? Cominciamo da un fun fact: in sala a vedere Boyhood c’è Ilda Boccassini, con tanto di doppio gorilla al proprio fianco. Ganzo. Chissà se ai due gorilla il film è piaciuto. Ma i due gorilla se lo saranno dovuti comprare da soli il biglietto per vedere Boyhood, o glielo ha comprato la Boccassini? Sono questioni importanti. Vabbè, veniamo al film. Anzi, veniamo al nocciolo della questione, al perché, piaccia o non piaccia, Boyhood è un film che rimarrà, che verrà ricordato. Riprendendo la lezione del cinema “chiacchierato” di Rohmer, del realismo analitico di Tolstoj e rifiutando la legge non scritta che il cinema è, come diceva Hitschcock, “ la vita senza le parti noiose”, Linklater riesce nell’impresa, in effetti davvero titanica, di rendere cinematograficamente magnetici quei momenti della vita quotidiana propriamente non cinematografici.

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In Boyhood, a parte forse uno sclero del secondo marito alcolizzato, non succede “nulla”, nel film c’è solo il torrenziale scorrere della vita di Mason e dei suoi familiari, non c’è un evento che spezza il racconto in un prologo, un ribaltamento della condizione di partenza e poi nella finale ricostituzione dell’ordine iniziale (più o meno come funzionano il 98% delle storie dei film). No, in Boyhood c’è solo la realtà quotidiana di una abbastanza canonica famiglia texana: ma, e questo è il vero miracolo, seguiamo questa realtà canonica con lo stesso rapimento con cui assistiamo ad un thriller di Fincher o alla impossibile storia d’amore tra Jack e Rose sulla prua del Titanic. Perché, come disse Roger Ebert a proposito di Forrest Gump, Boyhood è un film che, più che vedersi, si sente. Insomma, il vero capolavoro di Linklater sta tutto in questo realismo calligrafico incredibile, con il “giochino” furbetto della crescita reale degli attori a rendere la visione ancora più suggestiva. Boyhood, così, altro non è che La Vita di Adele americano, un film dove si riesce a raccontare la vita dell’essere umano contemporaneo senza sperimentalismi o minimalismi, ma recuperando la narrazione classica, il realismo analitico tolstoiano e via dicendo. Il film di Linklater, sempre in rapporto con l’opera di Kechiche, è anche la versione popolare, anti-intellettuale, fieramente semplice e non “autoriale” ( nella connotazione festivaliera radical chic del termine) de La Vita di Adele. E’ un Vita di Adele che possono apprezzare anche le famiglie non cinefile di Austin Texas, il che, scusate, non è poco. Insomma, per concludere, la missione “cinema-Vita” di Linklater si può dire completamente riuscita.

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Infine, se proprio vogliamo trovare qualcosa di imperfetto, consapevoli comunque che si tratta di aspetti soggettivi, possiamo tirare in ballo la descrizione un po’ grossolano-sempliciona dell’uomo texano del 2000, tra problemi di alcolismo, amore per la musica folk, buzzurrismi con le armi da fuoco ed evangelismo profetico sempre pronto a tornare alla carica. Insomma, non proprio un ritratto originale. Infine, ma qua si entra proprio nei gusti personali, potrebbe risultare un po’ stucchevole il velo romanticone-conciliatorio che copre tutto il film, toccando un nervo patetico forse proprio nella scena finale al Grand Canyon (riassumibile nell’assioma “bisogna essere felici perché la vita è bellissima!!!!”). Ma son gusti. Per il resto, Boyhood è senza dubbio uno dei film più importanti di questi primi anni ’10 ( del 2000).

VOTO: 8


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